«Noi, uniti al martirio di Matteotti» 

Parla la nuora dell’avvocato abruzzese che sfidò i fascisti al processo di Chieti

PESCARA. Tra il 25 aprile e Giacomo Matteotti il legame è stretto. Quest’anno infatti si celebrano i cento anni dalla morte del deputato socialista, assassinato nel 1924 dai fascisti di Mussolini. E dal 5 aprile scorso, fino al 7 luglio, resta aperta a Rovigo, nel palazzo Roncale, la preziosa mostra “Giacomo Matteotti. Una storia di tutti”, promossa dalla Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, curata dallo storico Stefano Caretti, e ideata da Maria Volpato e Maria Ludovica Mutterle, che dirige la Casa Museo di Giacomo Matteotti.
Numerosi gli enti e le fondazioni che hanno appoggiato questa manifestazione e che contiene un piccolo, ma importante contributo dell’Abruzzo: una penna Waterman safety in bachelite nera, che probabilmente fu acquistata in Inghilterra dopo il 1910, in quanto dotata di clip e di pennino retraibile che evitava perdite di inchiostro insieme al cappuccio a tenuta.
È un semplice oggetto da lavoro diventato però un simbolo laico che lega l’Abruzzo al martire socialista. A raccontarlo al Centro è Marina Campana Magno, la nuora dell’avvocato di Orsogna Pasquale Galliano Magno che fu difensore di parte civile di Velia Titta, la vedova di Matteotti, al processo farsa che si svolse in corte d’Assise a Chieti, tra il 16 e il 24 marzo del 1926, in cui vennero giudicati gli esecutori materiali dell'omicidio avvenuto il 10 giugno 1924. Questo breve scritto di Marina Campana rivela spunti inediti di un legame antico.
«La pianura ubertosa del rodigino ci accoglie con il giallo dei campi di colza, che ricordano i quadri di Michele Cascella, ed esplosioni di ciuffi di papaveri impazienti, dimentichi che il loro mese è giugno. Non fu sempre così però, a fine 800 la nebbia saliva ad avvolgere i campi all’imbrunire e in quel grigiore i fratelli Matteotti si ammalarono tutti di tisi. Solo Giacomo con il suo carattere indomito riuscì a sopravvivere. Il palazzo nobiliare dei Roncale in Rovigo, magnificamente ristrutturato, accoglie oggi la mostra, ospitata in numerose sale dal percorso didatticamente ben programmato e, in una di queste, sotto a varie lettere di Velia esposte sul muro, una teca di vetro custodisce la penna di Giacomo Matteotti che fu donata dalla famiglia all'avvocato Pasquale Galliano Magno per la sua consulenza nel corso del processo di Chieti del 1926. Gesto che gli costò caro penalizzandone la carriera».
«Velia Matteotti», continua Marina Campana, «così concludeva la sua lettera del 29 marzo 1926, inviata all'avvocato Magno: “Colgo l'occasione di ringraziarla per ciò che ella ha fatto in questo doloroso frangente, convinta che le venga resa tanta stima e considerazione da tutti coloro che ancora sanno e possono apprezzare la bontà d'animo e la dirittura della coscienza”. A questa lettera fece seguito quella del 2 aprile nella quale Velia si dichiarava “disponibile a far fronte a qualunque spesa fosse necessaria” per rendere possibile la difesa dei suoi diritti. Ma non fu proprio come Velia auspicava: Magno nel suo Abruzzo subì angherie di ogni tipo per la sua dirittura morale, tra cui la damnatio memoriae, e non richiese mai alcun contributo per il suo lavoro e per le spese di giudizio. In segno di riconoscenza, dunque, Velia donò la penna del marito all’avvocato Pasquale Galliano Magno, che da vecchio ancora la mostrava con gli occhi lucidi a quanti andavano a trovarlo in studio, quasi una reliquia laica della sua fede socialista. E se all’epoca fosse esistita la possibilità di effettuare studi di genetica», conclude Marina Campana, «si sarebbe rilevata su quella penna una traccia mista di Dna di Velia, Giacomo Matteotti e di Galliano Magno, che a Chieti tutti chiamavano “l’avvocato di Matteotti” . Anche le loro storie, così lontane all’inizio, si incontrarono, si saldarono per sempre, come le tracce su quella penna, a futura memoria dei valori condivisi». (l.c.)
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