L’intervista a Bobo Craxi: «Dovevamo seguire l’esempio di Sánchez. Stanno alimentando il caos»

5 Marzo 2026

Il figlio di Bettino a Pescara per il Sì al referendum: «Ma siamo nel centrosinistra». E sull’Iran: «Papà fece come Madrid nel 1986, quando l’obiettivo era Gheddafi»

PESCARA. Se la tradizione socialista oggi sopravvive in Italia, è merito di un figlio che ha portato avanti l’eredità paterna. Ma il legame di Bobo Craxi con Bettino va ben oltre l’identità politica. Nei durissimi anni dell’autoesilio di Hammamet dopo Tangentopoli, Bobo è sempre stato al fianco del padre. Oggi alle 11 sarà al Palazzo della Provincia di Pescara per la campagna referendaria a favore del Sì, ma in quest’intervista rivivono soprattutto i ricordi di una famiglia con una storia ingombrante alle spalle e, insieme, gli ultimi anni di un pensiero politico dal passato glorioso e un confronto complicato col presente. Si parla di tutto: dalle riflessioni sul centrosinistra (di cui Craxi si sente di far parte) al mondo di oggi. Anzi, la chiacchierata parte proprio da qui.

Bobo Craxi, un ricordo di Bettino a cui è particolarmente legato?

«Papà che tiene in braccio mio figlio».

Erano piccoli quando se ne è andato.

«Il più grande aveva un anno e mezzo. Mi sarebbe piaciuto che potessero passare più tempo insieme».

Come si chiama suo figlio?

«Benedetto, come papà».

Che lettura dà dell’attacco Usa-Israele all’Iran?

«La conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che l’ordine mondiale che conoscevamo è alle spalle e che ora c’è il caos».

È una guerra per la libertà del popolo iraniano?

«Questo è solo il pretesto, un usbergo».

La vera ragione?

«È economica: è una guerra per accaparrarsi le risorse energetiche del pianeta».

Allora fa bene il premier spagnolo Sánchez a tirarsi indietro?

«La Nato è un’alleanza difensiva: non può sostenere una missione di guerra senza il mandato internazionale delle Nazioni unite».

Quindi è d’accordo con lui?

«Fa benissimo a negare l’utilizzo delle sue basi per gli attacchi. Mio padre fece lo stesso nel 1986 quando l’obiettivo era Gheddafi».

E l’Italia che partita sta giocando?

«Non saprei definirla, a dir la verità. Fiancheggia l’azione americana, ma non formalmente».

Pensa che degli attacchi potrebbero essere partiti dalle nostre basi?

«Su questo punto Tajani ha detto che riferirà al comitato di sicurezza nazionale. Sa che significa?».

Che significa?

«Che c’è già un principio di sicurezza su quanto è avvenuto. Se fosse accaduto, significherebbe aver contraddetto il rapporto all’interno dell’Alleanza atlantica. Tra l’altro, tenendo all’oscuro il Parlamento».

Mi sembra che le sue perplessità sul conflitto siano soprattutto di ordine giuridico.

«Esiste un ordine internazionale e va difeso, ma è soprattutto una questione politica: la pace è un valore non negoziabile».

Oggi voi appartenete al centrosinistra?

«Sì. Io mi sento di sinistra».

Le piace il Campo largo?

«Ha una sua forza territoriale nelle esperienze amministrative, ma anche evidenti fragilità su terreni fondamentali per un Paese libero e democratico come il nostro».

E cioè?

«Penso all’Alleanza militare, all’Europa e all’Occidente, per esempio. Ma la verità è che questa alleanza a tre non è esaustiva per la sinistra».

Mancano i socialisti?

«La nostra mancanza è figlia di un’altra questione: la nostra debolezza».

Tangentopoli è stata la cesura storica del Psi.

«Dopo le vicende giudiziarie di quel periodo, l’elettorato socialista si è diviso tra Berlusconi e il centrosinistra. E la nostra identità è andata in pezzi».

Siete rimasti voi a tenerla insieme.

«Non è stato facile. Qualche volta l’abbiamo fatto meglio, altre volte peggio».

Lo ha fatto per suo padre?

«Il socialismo è la cultura che ha plasmato la mia vita».

Il suo primo ricordo politico?

«Avevo 7 anni: mettevo nelle cassette della posta i volantini del partito».

Era piccolo.

«Ricordo bene anche Pietro Nenni: io e mio padre eravamo andati a prenderlo in aeroporto. Incontrai quest’uomo anziano, col bastone».

Cosa la impressionò?

«Nenni era quello con cui papà parlava la domenica mattina. Spesso rispondevo io: incontrarlo fu come veder materializzarsi una voce di famiglia».

Non può dire che il suo impegno per i socialisti non sia anche per suo padre.

«Certo che è un impegno anche di carattere familiare: non solo papà, ma anche i miei due nonni erano socialisti».

È cresciuto tra gli intellettuali del Psi.

«Rino Formica, Giuliano Amato, Claudio Martelli: sono tutte persone familiari per me. Il mio grande privilegio è stato avere un padre che di questa comunità era il leader».

Una volta cresciuto, però, avrebbe potuto seguire ambizioni più grandi.

«Avrei potuto. Per esempio rimanendo in Casa delle libertà».

Perché arrivò la rottura?

«L’alleanza aveva fin dall’inizio una data di scadenza. I rapporti si incrinarono con l’inizio della guerra in Iraq».

Sempre perché per lei la pace è un valore assoluto.

«Sono rimasto sempre fedele ai miei principi».

Sua sorella Stefania, oggi, è in Forza Italia, lei si richiama al centrosinistra: siete le due anime di vostro papà?

«Diciamo che lei rappresenta un’ala dissidente di ex socialisti che ha deciso di riparare sotto l’ombrello di Berlusconi».

Stefania sottosegretaria col governo Berlusconi, lei col governo Prodi.

«Le due anime a cui allude sono una distinzione ormai superata».

E perché?

«Loro sono ex socialisti!».

Addirittura.

«Perché hanno una posizione non di centro-destra, ma di destra-centro».

Incompatibile con voi?

«Questo è il governo più a destra della storia repubblicana».

Li considera dei fascisti?

«No, non ho nessun preconcetto contro di loro. Di certo sono qualcosa di diverso da quello che proponiamo noi».

La scissione interna ci fu nel congresso storico dei socialisti del 2005.

«Volò più di qualche sedia».

Racconti!

«Io cercavo di ricompattarci nel centrosinistra, ma c’erano alcuni compagni che ormai si erano abituati a stare nella Casa della libertà».

Da una parte lei, dall’altra Gianni De Michelis.

«Quel congresso mi costò molto dal punto di vista umano, perché io e Gianni avevamo fondato insieme il partito, eravamo legatissimi».

Alla fine la spuntò lei.

«A causa di queste discussioni non riuscimmo a entrare nella Rosa nel pugno con Boselli e Pannella. A quel punto decisi di fare una lista con Prodi».

Prodi vinse le elezioni.

«Anche grazie ai nostri 300mila voti. Quelle del 2006 sono le ultime elezioni vinte dal centrosinistra».

Fu nominato sottosegretario agli Esteri.

«Una bella esperienza. E pensare che negli anni di Tangentopoli un futuro non riuscivo nemmeno a vederlo».

Quanto fu difficile quella fase per la famiglia Craxi?

«Per papà tantissimo. Tant’è che si ammalò e morì poco dopo, a soli 65 anni».

Solo lei, e non Stefania, lo seguì ad Hammamet.

«Lei aveva i figli e lavorava a Roma. E poi io ero già politicamente in vista: normale che lo seguissi io».

Com’è stato far entrare nella vostra villa le videocamere per il film Hammamet?

«È stato abbastanza impressionante. Come anche vedere la propria vita raccontata su uno schermo».

Il film le è piaciuto?

«Penso abbia avuto una funzione politica importante: ha contribuito a riabilitare la figura di mio papà».

C’è una scena in cui Bettino la manda a quel Paese: è vera?

«L’unica vera di tutto il film. Io gli portai un messaggio, ma lui non lo gradì».

Che messaggio?

«Stavamo portando avanti un negoziato sotterraneo per fargli ottenere la grazia. Eravamo a un passo».

Ma?

«Si ammalò. E non c’è stato più tempo».

Favino conciato come suo padre lo ha visto dal vivo?

«Quando le governanti lo hanno visto entrare nella villa sono scoppiate a piangere: “Bettino è tornato, Bettino è tornato”».

Ah ah ah. E lei?

«Beh, mio padre era molto più alto di Favino. Lo feci notare».

Hai mai sentito il peso di avere alle spalle una figura ingombrante come quella di papà?

«Tutto è stato così traumatico che sarebbe stato difficile anche tentare qualsiasi processo di emulazione. Che schiacciasse le personalità altrui è probabile».

Beh, un imprinting sicuramente glielo ha lasciato. Entrambi amanti della chitarra, del socialismo...

«Da giovane sono stato un semiprofessionista. Ho suonato con Dalla, Ron. Più recentemente con De Gregori».

La musica vi ha legato?

«All’inizio mi ha chiesto un bel ricordo insieme. Gliene lascio un altro per il finale».

C’entra la musica?

«Io e lui, in macchina, la musica accesa. Cantavamo insieme».

Un momento padre-figlio.

«Mi piaceva vederlo cantare. Succedeva anche in Tunisia, nei pochissimi momenti di serenità che aveva».

Che cantava?

«Ho in testa “Buenos Aires”, di De Gregori. L’amava».

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