«Non dimenticherò mai le prime 72 ore e l’arrivo in città»

L’AQUILA. È stato presidente della Regione Abruzzo dal 2009 (eletto a dicembre 2008) al 2014. Ha gestito i primi momenti della tragedia dell’Aquila e poi tutto l’iter normativo per l’avvio della...
L’AQUILA. È stato presidente della Regione Abruzzo dal 2009 (eletto a dicembre 2008) al 2014. Ha gestito i primi momenti della tragedia dell’Aquila e poi tutto l’iter normativo per l’avvio della ricostruzione. Gianni Chiodi è tornato a tempo pieno alla sua professione di dottore commercialista.
Gianni Chiodi, qual è il suo ricordo più forte del terremoto dell’Aquila?
«Ci sono due cose scolpite nella mia mente e nell’anima. Una si riferisce alle prime 72 ore: se chiudo gli occhi, rivedo tutto: dall’arrivo all’Aquila subito dopo la scossa delle 3.32, con una campagnola dei carabinieri che chiesi alla prefettura di Teramo, perché quella dell’Aquila non rispondeva, passando attraverso il valico delle Capannelle, con i massi in mezzo alla strada. La prima telefonata a Massimo Cialente e l’arrivo alla Reiss Romoli – quartier generale – con le prime notizie ferali, che aumentavano sempre più. E le scosse continue, che ci costringevano ad abbandonare le riunioni».
Il suo più grande errore?
«Accettare le dimissioni di Cialente da subcommissario della ricostruzione: non pensavo che avrebbe strumentalizzato il suo atto, facendo credere che ci fossero dissidi. Invece abbiamo deciso sempre tutto insieme e di questo il partito gli chiese conto. Così uscì che avrei utilizzato i fondi del terremoto dell’Aquila per altro, attribuendomi la volontà politica di svuotare il capoluogo da tutte le funzioni, di avere preso i soldi dell’ospedale per risanare la sanità. Tutto infondato, anche perché per certe cose si va in galera. Sul voler trasferire la Corte d’appello a Pescara, c’era una volontà ad alto livello di magistratura, quindi nessuno di noi contava nulla».
Ha avuto paura?
«Ad un certo punto non più: quando arrivavano le scosse, mentre tutti fuggivano, io ero stato sopraffatto dal senso di responsabilità, che mi ha annullato la paura. E poi le prime riunioni con la Protezione civile, con Guido Bertolaso. La seconda cosa che mi è rimasta scolpita è l’attività di lavoro, al limite delle capacità umane: le incertezze, le ansie, gli errori».
Sotto l’aspetto psicologico?
«Ho subìto una grande ingiustizia, con il film Draquila: si è parlato della “sospensione dei diritti civili all’Aquila”, con la Guzzanti. Era un film falso, strumentale, perché era l’esatto contrario di quello che raccontava».
Un ricordo positivo?
«Ho incontrato persone che hanno fatto un lavoro di grande qualità, come Franco Gabrielli, Gianni Letta. Berlusconi l’ho incontrato 36 volte. Veniva all’Aquila per qualsiasi occasione».
E dopo cosa è successo? Perché tutto si è rallentato e allentato, a cominciare dalle normative, le leggi?
«Nei primi anni, parlo dal 2009 al 2011, ho sentito dire che la città si sarebbe ricostruita in tre anni e mezzo. Ma questo io non l’ho mai dichiarato, perché ero già consapevole che ci sarebbero voluti minimo 10 anni. I primi 2-3 anni servivano solo per la preparazione dell’avvio della ricostruzione: il corpo normativo ha prodotto buoni risultati, soprattutto per la ricostruzione privata. Quella pubblica, invece, come sappiamo, è ferma. Il rallentamento c’è stato con Barca, quando decise che si doveva tornare “alla normalità”: ha tolto la regìa dello Stato e l’emergenza. Questo, però, sotto la spinta del Comune dell’Aquila, che rivoleva i poteri e i ruoli, e dei cittadini, che sapevano che gli amministratori locali sarebbero stati più condizionabili. Sapevo che questo avrebbe rallentato la ricostruzione».
E il Progetto Case?
«Lo dicevo a Cialente: non lo fare, non lo prendere, sarà molto costoso per il Comune. Ma Cialente ha insistito, perché era una corsa ad acquisire potere. Così lo Stato si è anche deresponsabilizzato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

