Non pagati da sette mesi in 66 pronti a scioperare
L’azienda Majella e Morrone in crisi, i servizi sociali in Val Pescara a rischio stop Scontro tra comitato di dipendenti e Cgil: «Serve un’azione contro i Comuni morosi»
SCAFA. L’hanno deciso all’ultima assemblea: sono entrati in stato di agitazione e se non arriveranno risposte «certe» dalla politica, la stessa che però fa promesse da 7 mesi, faranno sciopero. I 66 lavoratori dell’azienda per i servizi sociali Majella e Morrone non prendono lo stipendio dal luglio scorso, ma non hanno mai smesso di garantire l’assistenza girando in 16 comuni della Val Pescara. Però, adesso, l’ipotesi dello sciopero diventa sempre più possibile: manca solo la data. Con una lettera al prefetto Vincenzo D’Antuono, i dipendenti sono tornati a chiedere il pagamento degli stipendi arretrati e la prefettura ha risposto con l’avvio alle procedure di raffreddamento, obbligatorie prima della dichiarazione di sciopero.
La vertenza è in una fase cruciale, tra salvataggio e chiusura in attesa di un intervento della Regione: l’azienda, una srl figlia della Comunità montana Majella Morrone già in liquidazione, ha tre milioni di debiti con Equitalia, Inps e Inail. Ma, per il commissario liquidatore della Comunità montana Paolo Costanzi e il nuovo amministratore unico Oscar Pezzi, vicesindaco di Alanno, si tratta di una crisi di liquidità che può essere superata: l’azienda non ha soldi perché i Comuni, beneficiari dei servizi sociali, non hanno pagato le quote.
I 66 dipendenti si sono divisi: una parte ha creato un comitato di lavoratori autonomi che, ieri, per la seconda volta in tre giorni, ha contestato la Cgil. «Cosa ha fatto la Cgil per fare pressione sui Comuni morosi? I dipendenti», così recita la lettera del comitato spontaneo, «si sono espressi per avere le mensilità pregresse, ma la posizione è stata sempre chiara per il salvataggio del loro lavoro cercando di evitare di finire nel girone dantesco delle cooperative. L’unica strada è appunto il salvataggio dell’azienda, visto che il problema non è la situazione debitoria, ma solo una mancanza di liquidità. Nelle assemblee, la Cgil e altri sindacati hanno sempre espresso perplessità su questa opzione, dando per spacciata l’azienda già da vari mesi e senza fare nulla per cercare di salvarla, addirittura consigliando le dimissioni per giusta causa ai dipendenti, mentre, adesso che si è aperto uno spiraglio solo per la proattività di questo comitato di dipendenti autonomi, sembrano cascare dalle nuvole e condividere le posizioni».
«Non è stata avanzata alcuna richiesta di liquidazione o di risanamento, ma è stato proclamato lo stato di agitazione», questa la posizione della Cgil, rappresentata dal segretario pronviciale fp Stefano Di Domizio, «la decisione resta nelle mani della politica e degli enti che devono procedere in maniera trasparente efficace e responsabile, ma anche rapida, visto che ogni giorno che passa si allunga il conteggio del tempo senza stipendio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

