PESCARA
La nuova Pescara tarda ad arrivare. Non sono solo i problemi tecnici ad allungare i tempi della fusione – la scadenza attuale è fissata al 1° gennaio 2027 – ma una partita politica che si gioca su tre tavoli, tra Pescara e L’Aquila. I nodi sono venuti al pettine la scorsa settimana, quando nel corso del vertice di maggioranza il presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri ha provato a trovare la quadra per dilatare i tempi dell’accorpamento fino al 2029. Serve un accordo interno alla coalizione, infatti, per modificare la legge 13 del 2023 che scandisce i ritmi dell’iter procedurale del progetto.
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Il rinvio sembrava scontato, ma tra le anime del centrodestra – in particolare del Pescarese – manca l’unanimità: una frangia ha fatto capire che non intende firmare alcuna proroga prima di vedere l’esito dei referendum di Spoltore e Montesilvano (rispettivamente il 14 e il 21 giugno). Chi ha partecipato al summit racconta che il passaggio a vuoto abbia fatto irritare – e non poco – Sospiri. D’altra parte, il forzista ha diverse questioni aperte e la Nuova Pescara non è che la punta dell’iceberg dei problemi nel centrodestra.
A quasi un mese dal voto, Pescara è senza squadra di governo, perché il sindaco Carlo Masci attende di scoprire il futuro della città. Poi c’è il tema del rimpasto in Regione, con Sospiri che ha tentato l’all-in per entrare in giunta, ma senza ricevere conferme ufficiali da parte di Marco Marsilio. Che, dal canto suo, ha vincolato l’allargamento della giunta alla nuova legge elettorale, da lui tanto voluta ma osteggiata dai suoi uomini. Se non passa, ribadisce da mesi il governatore, Palazzo Silone non accoglierà nove assessori. E a quel punto il rimpasto potrebbe essere limitato allo scambio di posizioni tra Sospiri e l’assessore Roberto Santangelo, sempre che il secondo accetti. Insomma, la situazione è parecchio ingarbugliata e molti dei nodi passano per le mani del presidente del consiglio, che in questa fase ha deciso di schiacciare il piede sull’acceleratore.
La questione più urgente rimane quella di Pescara. Masci chiede certezze: dovete dirmi se la mia amministrazione sarà in carica per i prossimi sette mesi o fino al 2029, è la richiesta fatta con insistenza in Regione. Dalla risposta dipende il peso politico della squadra di giunta: un conto è un esecutivo di breve durata, un altro se è destinato a governare per oltre due anni. La variabile incide anche sugli equilibri all’interno della maggioranza, perché se si realizzasse la seconda ipotesi FdI e Lega potrebbero chiedere più spazio. La volontà di Forza Italia in Regione è di assicurare a Masci altri due anni da sindaco, ma senza un accordo più ampio l’impasse non si sbloccherà.
L’altro nodo che lega Pescara all’Aquila passa per il punto, altrettanto spigoloso, del possibile Marsilio bis. Sospiri ha scoperto le carte annunciando pubblicamente che entro aprile si sarebbe dimesso da presidente del consiglio per essere nominato assessore. A metà legislatura, «come da accordi». Succederà? È tutto da vedere, perché Santangelo – che dovrebbe fare il percorso opposto – non sembra entusiasta di questa ipotesi. E se tra i due azzurri non si trovasse la quadra, c’è un terzo forzista che rischia di pagare il prezzo più alto. Alle ultime regionali Paolo Cilli, oggi assessore al Comune di Montesilvano, ha preso oltre 4mila preferenze, e in caso di passaggio in giunta di Sospiri sarebbe lui a varcare la soglia dell’Emiciclo (al posto di Antonietta La Porta). Anche a Cilli era stato promesso l’ingresso a metà legislatura, ma senza rimpasto i tasselli del domino rischiano di cadere nella direzione sbagliata. Lui scalpita perché vengano rispettati i patti, i suoi voti pesano – soprattutto in caso di elezioni per la Nuova Pescara – e Sospiri sa che non accontentarlo potrebbe avere un effetto boomerang. Certo, l’allargamento della giunta faciliterebbe le cose, ma anche questo sembra un affare complesso. Marsilio è stato chiaro: senza il collegio unico per le regionali, non si farà. Il problema è che nemmeno i suoi lo vogliono: accettarlo significherebbe perdere il peso contrattuale del potere sui territori. Una differenza non da poco, specialmente in una regione dove la politica è molto legata alle comunità elettorali. Di recente, cinque consiglieri della maggioranza, capeggiati da Paolo Gatti (FdI, 10mila preferenze alle ultime elezioni), hanno inviato una lettera al governatore chiedendo di interrompere la riforma. Difficile che a questo punto si vada avanti. Forse questo è il massimo momento di tensione nel centrodestra da anni a questa parte. Se il sistema di equilibrio crolla, ci saranno vincitori e sconfitti. Ballano le poltrone: qualcuno – questo è sicuro – diventerà di troppo.
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