«Nuovi indigenti sempre più giovani figli della crescente disuguaglianza»

PESCARA. I poveri non sono un’umanità a parte. Sono anche il frutto di una crisi che dura da troppo tempo, soprattutto in italia. «Se facciamo il confronto con gli anni antecedenti alla crisi...
PESCARA. I poveri non sono un’umanità a parte. Sono anche il frutto di una crisi che dura da troppo tempo, soprattutto in italia. «Se facciamo il confronto con gli anni antecedenti alla crisi economica, osserviamo un vistoso, acuto, peggioramento dei livelli di benessere». A parlare è Giuseppe Mauro, docente di Economia politica all’università di Pescara.
Dunque siamo tutti i rischio povertà?
«Ci sono due forme di povertà. La prima, di carattere assoluta, rappresenta la forma più grave di indigenza. Riguarda famiglie che non riescono ad accedere a un paniere di beni e servizi necessari a una vita dignitosa. L’Istat stabilisce come limite 800 euro mensili. E’ la soglia corrispondente alla spesa mensile minima, sotto la quale non si può avere uno standard vita minimamente accettabile. Nel 2015 in Italia c’erano circa 1 milione 580mila famiglie in queste condizioni. Circa 4,5 milioni di individui».
E l’altro tipo di povertà?
«Abbiamo la povertà relativa. Riguarda 2 milioni 700mila famiglie per un totale di 8 milioni 300mila individui. In questo caso la soglia di spesa media mensile è inferiore a 1.050 euro».
Quanti si trovano in questa condizione in Abruzzo?
«Per la nostra regione abbiamo un dato che riguarda i singoli individui e non le famiglie. Al di sotto la soglia di povertà ci sono il 12,5% dei residenti, quindi circa 140mila mila persone».
E’ tanta gente.
«Sì, ma è un percentuale decisamente più bassa rispetto per esempio al 26% della Calabria. In parte per la struttura produttiva più forte, in parte per la struttura sociale: la povertà è più forte nelle città e si attenua nei piccoli centri, perché entrano in gioco forme di protezione e di solidarietà».
La povertà sta cambiando?
«La cosa che emerge dai dati Istat è che la povertà aumenta col diminuire della soglia anagrafica. Cioè, man mano che diminuisce l'età della popolazione, l’indice di povertà aumenta».
Come si spiega questo andamento?
«Aumentano i giovani che non trovano lavoro o che vengono espulsi dal mercato del lavoro. In Abruzzo, facendo la media dei tre trimestri complessivi del 2016 rispetto al periodo pre-crisi, c’è stata una perdita di 27mila unità lavorative. In una regione così piccola sono tanti».
Sono anche loro i nuovi poveri?
«Certamente. Queste persone sono diventate in parte povere, in parte hanno alimentato il fenomeno migratorio. E questo nonostante il miglioramento economico registrato nel 2015, con una ripresa economica che ha coinvolto anche la nostra regione».
La ripresa non basta?
«No, nel 2015 il nostro Pil era uguale a quello del 2000».
Equesto spiega perché siamo tutti più poveri?
«Certo. E questa è una povertà nuova rispetto al passato. Il vecchio modello di povertà era collegato all'invecchiamento, oggi coinvolge i più giovani, coloro che si trovano ai margini del mercato del lavoro, i disoccupati e i cosiddetit Neet, i giovani che non lavorano e non studiano».
E’ il modello economico che non funziona più?
«Un modello economico che crea disuguaglianze aumenta il livello di povertà. L’italia ha però un problema in più. Siamo ai primi posti rispetto a quel modello di protezione sociale in gran parte coperto dalle pensioni. Viceversa trascuriamo questi nuovi fenomeni di povertà giovanile. C’è insomma una domanda di welfare che viene occultata. Bigna invece avere maggiore consapevolezza dei rischi che l’esclusione e la disoccupazione producono sul piano sociale ed economico. Noi adesso parliamo di povertà. C’è però una fascia del disagio molto più vasta: riguarda le famiglie che non possono far fronte a spese impreviste, cresciute del 60%, quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte alla settimana o che non possono permettersi il riscaldamento continuo, e così via».
Le nuove povertà sono legate anche alla precarizzazione del lavoro? Che cosa pensa lei dei voucher?
«Credo che siano una forma di ipeframmentazione del lavoro che non produce effetti reali sul mercato del lavoro. Ma può posporre nel tempo il fenomeno della flessibilità estrema che rende più nebuloso il futuro dei nostri giovani».
Che cosa fare allora?
«La condizione necessaria è che ci sia una maggiore apertura dall’Europa su queste problematiche. Occorre che la crescita riprenda con vigore, a ritmi decisamente più elevati e che i salari aumentino. Ciò vale anche per la nostra regione: 600 milioni di deficit assumerebbero ben altro significato se una parte significativa fosse destinata a politiche di protezione sociale».
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