«Ogni sera rivedo quel buio dopo la valanga»

15 Febbraio 2024

Fabio Salzetta, uno degli 11 sopravvissuti: «Sono uscito e non c’era più l’hotel, non c’era più nessuno»

L’AQUILA. «Assolti o non assolti, vorrei solo che vedessero il buio che continuo a vedere io ogni sera, il buio di quel 18 gennaio, il buio che ho trovato dopo la valanga, quando sono riuscito a uscire dal vano caldaia in cui ero rimasto chiuso e non ho trovato più niente là fuori: non c’era più l’hotel, non c’era più nessuno. Solo il buio e la montagna di neve». A parlare è Fabio Salzetta, uno degli 11 sopravvissuti della valanga del 18 gennaio di sette anni fa.
Nell’hotel Rigopiano, il giovane di Penne lavorava come manutentore, insieme alla sorella Linda, addetta alle camere, tra le 29 vittime della valanga.
Per tutto il giorno prima, e dall’alba di quel 18 gennaio, Fabio è sul bobcat a fare avanti e indietro davanti al piazzale dell’hotel per pulirlo dalla neve che cade incessante. Così va avanti per tutta quella maledetta mattina, nonostante le scosse di terremoto, mentre gli ospiti dell’hotel mettono in fila le macchine in attesa della turbina. Fabio è lì che sposta i cumuli di neve, ma non sa più dove accatastarli. Così fino a poco prima delle 16, quando esasperato e rassegnato, va a lasciare il marsupio nell’hotel e dà l’ultimo sguardo alla sorella Linda: la vede in cucina di spalle, mentre lava i piatti. Poi Fabio va nel vano caldaia e inizia a prendere il pellet che sarebbe servito per passare un’altra notte d’inferno lassù. Ma arriva la valanga e lui resta bloccato lì dentro senza sapere che cosa è successo. «Quello che ho visto dopo non lo potrò mai cancellare», dice con un filo di voce dopo la lettura della sentenza. «Il vuoto che mi sono trovato davanti, il buio totale arrivato in un secondo, l’hotel spazzato via con tutti gli amici e i familiari me lo porto dentro e non si potrà mai cancellare».
Quando i giudici leggono la sentenza a porte chiuse, Salzetta è tra i pochi familiari delle vittime presenti in aula, in qualità di parte civile.
«Un anno e 8 mesi a Provolo? Non è una condanna, non c’è una condanna. Ma dopo la botta che abbiamo preso a Pescara era quello che mi aspettavo».
Una consapevolezza che poco ha a che vedere con la rassegnazione, anzi. «Per me quello che conta è dare giustizia alle vittime, ai compagni che ho perso, a mia sorella. Certo che andremo in Cassazione. I risarcimenti, i soldi, non contano niente. I numeri non contano niente rispetto alle persone che abbiamo perso così, in quel modo». (s.d.l.)