Oliva, l’artista che incanta il pubblico

Attore, regista, produttore. Il creatore del Teatro Immediato fa il tutto esaurito ovunque: «Ma non abbiamo uno spazio»
PESCARA. Nella vita doveva fare tutt’altro e a teatro ci andava anche poco. Poi un amico lo invitò a partecipare a un laboratorio per attori e lui, curioso e attratto da sempre dalle arti, cinema, musica, letteratura, si fece «trascinare volentieri». Salito sul palco, semplicemente Edoardo Oliva capì: «Quella era la mia casa, il mio posto».
Da allora, erano gli anni Ottanta, praticamente non è più “sceso”, continuando una vorticosa e appassionata storia d’amore con il teatro – dai classici all’avanguardia – che lo ha portato in tutta Italia a recitare, produrre, dirigere, nutrirsi di testi e parole, per tornare nella sua Pescara, dove ha contribuito con intelligenza e audacia di scelte a far crescere la cultura teatrale, ricambiato da spettatori di tutte le età, sempre più numerosi e grati, con scelte di qualità fuori da schemi provinciali e timori reverenziali verso farlocchi divi televisivi.
La città – e non solo – risponde immancabilmente da diversi lustri con interesse alle proposte di Oliva e del suo Teatro Immediato, progetto condiviso tra gli altri con Vincenzo Mambella, l’attrice Valeria Ferri, lo scenografo Francesco Vitelli e Giulia Oliva. Ma là dove si decidono le politiche culturali e si fanno scelte per dare spazi e risorse alle realtà locali, anche quelle con pedigree colto e internazionale come l’Immediato, Oliva e il suo folto pubblico sono più o meno dimenticati. Così da tre anni, da quando la compagnia ha dovuto lasciare lo spazio “storico” (e privato) di via Gobetti, Pescara non è riuscita a trovare altro luogo per chi porta in città il meglio della scena italiana. Oliva non smette di combattere, e in queste settimane ha lanciato una nuova sfida “da metropoli”: il suo “Caprò” (vedi articolo sotto), dopo le repliche al Matta dello scorso anno, è tornato in scena al Museo delle Genti d’Abruzzo di via delle Caserme ogni domenica «fino a quando ci sarà gente che prenoterà per venirci a vedere». Dal debutto del 16 ottobre, ha fatto sempre il tutto esaurito: circa 800 spettatori. «Mai fatto in Abruzzo: uno spettacolo che sta per mesi, la scommessa è arrivare a Natale».
Attore, regista, produttore: come è diventato tutto questo?
«Mi piaceva innanzitutto fare l’attore. Per tanto tempo lo sono stato con un percorso articolato: ho studiato tanto e con grandi maestri. Mi sono confrontato con il teatro contemporaneo, ho “scoperto” il teatro danza come veicolo di comunicazione oltre la parola. Poi, a grandi balzi nel tempo, c’è stata la stagione al teatro Garibaldi di Palermo, che era nell'Unione Teatri d'Europa e ho lavorato un paio di anni con Claudio Collovà regista palermitano.
E dalla Sicilia ha scelto di tornare a Pescara, perché?
Perchè ho radici forti e sono bel felice di averle. Cominciai a pensare di creare un progetto mio nel mio territorio e insieme a Vincenzo Mambella, amici d’infanzia e autore tra i più bravi, abbiamo pensato a un progetto di produzione, formazione e distribuzione teatrale che si inserisse in un solco diverso dalla tradizione – per intendersi: le stagioni della Barbara – e oltre l’innovazione proposta dal Florian, che frequentasse il teatro contemporaneo, la nostra cifra, proponendo Beckett, Mamet e testi scritti da noi.
Una scelta ardita per la provincia.
Con il nostro progetto abbiamo cercato di scardinare il meccanismo provinciale e mediocre per cui le stagioni dovessero avere nomi “noti” per attirare senza mai confrontarsi con l’eccellenza. Cominciammo a proporre rassegne in cui presentavamo cose riconosciute come di qualità alta. Abbiamo portato Herlitzka, Rezza, Licia Maglietta, Elio Germano, subito dopo la Palma d’oro, Mario Perrotta Premio Ubu l'anno prima come Migliore attore di teatro italiano. E il pubblico vedeva i loro spettacoli insieme a nostre proposte e a artisti bravi del territorio. E sempre a prezzi bassi: massimo 15 euro.
Ha funzionato?
La gente vuole vedere cose belle, non sempre i “nomi” in tournèe equivalgono a qualità. Una volta c’erano Albertazzi Carmelo Bene... oggi no. Il meccanismo è avvilente, il nome di “richiamo” ormai è televisivo e basta.
Pescara come ha reagito?
Molto bene. Nel tempo si è creato un pubblico che prima non c’era, mancava una realtà che bilanciasse le esigenze delle persone. Il pubblico ci ha premiato tanto.
Tutto questo in quel piccolo spazio in via Gobetti.
Già. L’aveva in affitto la signora Tiberio, che aveva in questa sala il Gruppo 4, sapevamo che sarebbe stata dismessa e l'abbiamo trasformata e lì sono nate tante nostre cose, tanti ragazzi sono passati nei nostri laboratori per poi accedere alle migliori accademie teatrali e avere successo nazionale. Abbiamo fatto rassegne di teatro contemporaneo ma anche classici della letteratura cose bellissime, contaminazione, tante produzioni andate in giro in tutta Italia. Il nostro progetto nato nella passione ha trovato tanto passione: siamo diventati un riferimento.
Fondi pubblici o pubblico: chi vi ha sostenuto?
Il pubblico, sempre. In un momento di difficoltà sottoscrisse 250 abbonamenti al buio, era il 2010. E poi con la nuova formula del crowdfunding sono arrivati 70 sponsor privati, ora ce ne è rimasto qualcuno importante.
E avete perso il teatrino di via Gobetti
Sì. Non per morosità. Cambiò il proprietario e il nuovo volle aprire lì una sala giochi.
Ma ormai eravate conosciuti e apprezzati, vi è stato offerto qualche spazio?
Macchè. E abbiamo chiesto a tutti. Al Matta è stata costituita una rete con tanti soggetti: non per presunzione o snobismo, ma il nostro progetto non può convivere con tanti altri, possiamo collaborare e lo facciamo. Lo spazio dato a Cesare Manzo per noi non era agibile. Saremmo anche tornati nell’ex mercato dei Gesuiti: dove nel 2004 facemmo il primo spettacolo (“Glengarry Glen Ross”, di David Mamet)costruendo da soli letteralmente un gioiello. Una struttura bellissima, ma ora c’è una falegnameria.
Il Michetti?
Chiuso, dopo tante battaglie. Avevamo anche individuato l’auditorium Cerulli a fianco della scuola Alpi, chiedendolo in convenzione e noi lo avremmo sistemato a spese nostre. Neanche così è stato possibile. Siamo stati 2 anni a Città Sant’Angelo, poi per un anno ho avuto la direzione della stagione contemporanea al Marrucino.
Il Flaiano?
L’Ente Manifestazioni fa spettacoli per 20 giorni d’estate e poi quel teatro giace.
Il Mediamuseum?
Ho parlato con Edoardo Tiboni, ma le condizioni poste non erano accettabili. Noi non facciamo i difficili, vorremmo uno spazio, non soldi. Gli spazi ci sono, non siamo gli ultimi arrivati.
L’Aurum?
Neanche a pensarci.
E ora siete al Museo delle Genti...
Con una risposta commovente: domenica sono venute a salutarmi 2 ragazze che erano venute per la quarta volta.
Poi?
Il pubblico a Pescara non ci ha mai tradito. Le istituzioni sono sorde.
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