Oma, stop alla produzione La speranza è Humangest

I sindacati minacciano proteste. I dipendenti chiedono la cassa integrazione
PESCARA. Da oggi sono disoccupati i dipendenti della Oma dichiarata fallita dal tribunale di Pescara. I giudici non hanno concesso l’esercizio provvisorio come si aspettavano i lavoratori, 330 complessivi se si considerano anche le due aziende toscane di Avenza e Massa, del gruppo Angelucci, di cui 150 tra la sede di Castiglione a Casauria e quella di Tocco. Quindi da oggi sono sospese le attività, tutti a casa tra rabbia e paura per il futuro. Dovranno dire addio all’ultimo stipendio di ottobre, che non percepiranno, malgrado abbiano lavorato senza perdere neppure un giorno, credendo di poter salvare la fabbrica che è stata un miraggio per tanti giovani dei paesi del circondario che hanno vissuto gli anni dell’oro dell’industria e che da oggi rimane chiusa fino a data da destinarsi. Per gli operai, giovani e meno giovani con famiglie e mutui da pagare, la decisione del Tribunale è stata una batosta. Ieri è stato l’ultimo giorno in fabbrica in attesa della cassa integrazione straordinaria richiesta subito, ieri, al ministero del Lavoro dai sindacati Fiom Cgil e Fim Cisl, diretti rispettivamente da Andrea De Lutis e Dorato Di Camillo, che dicono «situazione esplosiva» e hanno intenzione di organizzare una protesta davanti al tribunale di Pescara nei prossimi giorni.
Ora il destino dei dipendenti Oma, Officina metalmeccanica Angelucci, che fa capo all’imprenditore Mauro Angelucci, ex capitano di Confindustria, è nelle mani del curatore fallimentare nominato dal tribunale, Roberto Costantini.
«Il quale», secondo il sindacalista della Fiom Cgil De Lutis che nel pomeriggio di ieri ha incontrato le maestranze insieme alla Fim Cisl, «sostiene di aver bisogno di 20-30 giorni per parlare con i clienti Oma e organizzare la ripartenza dell’industria che avevano intenzione di rilevare, con piano industriale presentato, la Omax dell’imprenditore teatino Isaia Di Carlo; la Humangest, holding pescarese e alcune ditte toscane». Per ora tutto congelato. La parola passa alla curatela, ma i tempi stringono. De Lutis: «Ci siamo ripromessi di rivederci col curatore fra una decina di giorni, ma è già un tempo troppo lungo per le maestranze che rimangono senza lavoro e con muti e famiglie da mantenere. Peraltro a ottobre hanno lavorato a vuoto e non prenderanno lo stipendio». Una «situazione drammatica» aggiunge Di Camillo (Cisl), «la speranza è riposta tutta nella cassa integrazione e nella velocità con cui arriverà». Da oggi i dipendenti Oma, fondata dal padre di Mauro, Antonio, non rimetteranno piede nelle fabbriche che hanno presidiato per settimane, lavorando, dove non hanno mai spento le macchine per timore di perdere le commesse, provenienti dal polo chimico Solvay di Bussi e gruppo Nuovo Pignone. Tutto finito. Almeno per ora. La speranza di salvataggio delle famiglie è legata alla cassa integrazione e dell’industria alle aziende che intendono rilevarla. Ma il fattore tempo è determinante. Ed è l’unica risorsa che i lavoratori non hanno. L’esercizio provvisorio era l’unica chance che avrebbe risparmiato ai lavoratori un salto nel buio. Resta la speranza che sia consegnata nelle mani delle aziende che si sono candidate, piani industriali dettagliati alla mano, a rilevare la Oma. Tra quelle che si sono fatte avanti, vi è la Omax dell’imprenditore teatino Isaia Di Carlo. Il quale conferma che «avevamo preparato un piano industriale quando l’azienda era in concordato, ma oggi, col fallimento dichiarato, si apre una nuova pagina di storia». Di Carlo non nega di essere ancora interessato all’operazione, ma «prima di esprimermi, dovrò esaminare i nuovi scenari perché forse è troppo tardi, forse la nostra offerta non è più attuale e va rivista alla luce degli avvenimenti futuri». I sindacati hanno chiesto al governatore Marco Marsilio e all’assessore Mauro Febbo, che nei giorni scorsi avevano incontrato le maestranze, di fare il possibile per velocizzare gli aiuti.

