Omicidio di Monia, giovedì c’è l’appello

La psicologa uccisa a Francavilla: Iacone, condannato a 30 anni dal gup, punta allo sconto di pena
PESCARA. Sono passati due anni e tre mesi da quel maledetto 11 gennaio 2017, quando Monia Di Domenico, psicologa di 45 anni originaria di Corropoli e residente a Pescara, fu uccisa dall’inquilino moroso nell’appartamento di via Monte Sirente, a Francavilla. Un tempo infinito per chi, come i genitori Doretta e Aldo, gli amici, i colleghi e gli stessi pazienti psichiatrici di Villa Serena, dove Monia lavorava, ne sente quotidianamente la mancanza. Senza retorica, con dignità. Com’era Monia.
E, com’era, lo ricorda chi ha condiviso con lei giorni di amicizia vera e che oggi, mostrando la foto che pubblichiamo a fianco, dice: «Monia era così, era innamorata del mondo, della vita, dei viaggi. Ma soprattutto delle persone. Viaggiava per conoscere altri modi di vivere, per entrare in contatto con persone solo all’apparenza lontane, viaggiava perché era la cosa che più di ogni altra amava». Brasile, Argentina, Egitto, India, Perù: Monia aveva girato il mondo e avrebbe continuato. Anche quell’11 gennaio era prossima a un viaggio, il giorno dopo. Destinazione Parigi. Andare a Francavilla, per lei che abitava a Pescara in via Rossini, doveva essere solo una commissione da sbrigare in poco tempo; una breve parentesi prima di tornare a casa a fare le valigie, come aveva confidato all’amica lasciata poco prima. Una questione, quella degli affitti non pagati, che forse un po’ le pesava, lei che non aveva mai affittato quell’appartamento dov’era cresciuta da bambina e che invece, l’estate precedente, si era decisa ad allestire. Incappando purtroppo in Giovanni Iacone, il suo assassino.
Condannato a 30 anni di reclusione a febbraio dell’anno scorso (il massimo della pena previsto dal rito abbreviato scelto dal 49enne), Iacone tramite il suo avvocato Emanuela De Amicis ha presentato ricorso e giovedì, all’Aquila, in Corte d’Assise d’appello, ci sarà il processo.
Probabilmente anche in quella sede la difesa proverà a far leva, in maniera circostanziata, sulla particolare situazione psicologica vissuta da Iacone in quel periodo (senza un lavoro e senza una compagna), provando a dimostrare quanto invece escluso dalla perizia psichiatrica: quel pomeriggio di gennaio Iacone era in grado di intendere e di volere mentre colpiva Monia per 16 volte con un sasso e con un pezzo di vetro che si staccò dal tavolo andato in frantumi durante la lite improvvisa. (s.d.l.)
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