Operazione anti-phishing: 20 arresti in Italia e Romania

30 Marzo 2018

La banda a capo di un calabrese era operativa anche a Pescara e utilizzava falsi siti esca di Poste, Che Banca e Banca Intesa. In otto mesi truffate centinaia di persone per circa 1,2 milioni di euro

PESCARA. Nel giro di otto mesi aveva guadagnato oltre 1,2 milioni di euro, depredando almeno 109 persone, la banda di pirati informatici operativa anche in Abruzzo, con truffe messe a segno tra Italia e Romania, smantellata con un'operazione coordinata dalla Procura di Milano e condotta dalla Polizia postale e delle Comunicazioni in tandem con una squadra investigativa romena. Venti le persone arrestate, di cui 9 nel paese balcanico. Come ipotizza l'indagine di Alberto Nobili, responsabile del pool antiterrorismo che si occupa anche del contrasto al "cybercrime", e del pm Francesco Cajani, avevano dato vita a una banda che ha provveduto a svuotare i conti postali e online con relative carte ricaricabili delle loro vittime, grazie a una strumentazione tecnica in grado di mettere a segno facilmente «furti di identità», falsi siti "esca" di Poste Italiane, Che Banca e Banca Intesa, ed e-mail "trappola". Ad incastrare il gruppo criminale specializzato in "phishing" è stato un "trojan", e cioè un virus inoculato nel computer di uno dei capi, che ha consentito di registrare in presa diretta e step by step l'attività della banda operativa a Milano, Brescia, Roma, Venezia, Pescara e Reggio Calabria, nonché a Bucarest. A firmare le ordinanze di custodia cautelare eseguite in Italia è stato il gip Guido Salvini. In cella, tra gli altri, è finito Giuseppe Pensabene, uno dei capi di origini calabresi ma trasferitosi oltreconfine da dove avrebbe gestito l'organizzazione e il suo «punto di riferimento principale» su territorio italiano Salvatore Aragona (è suo il pc in cui è stato inserito dalla polizia il malware). I due assieme a due «abili esperti informatici» (si sta cercando un terzo tecnico) romeni, sono i promotori dell'associazione e, come è stato riferito, avrebbero avuto anche collegamenti con il clan Tegano: avrebbero coordinato l'attività illecita di una serie di complici sottoposti, dai «reclutatori» ai «cavallini» e le somme incassate illegalmente sarebbero state poi trasferite all'estero (anche in Spagna e in Russia) per poi rientrare come compensi dei "phisher" e di Pensabene. E che la banda fosse ben organizzata lo dimostra anche un promemoria con le istruzioni ricevuto via "Telegraph" e ritrovato sul cellulare di uno degli indagati, l'acquisto sul dark Web di mailing list con contatti da colpire e, come ha annotato il giudice a riprova pure della caratura di alcuni personaggi (in gran parte pluripregiudicati),la «difficoltà a scoprire i canali di comunicazione utilizzati». Il sospetto comunque è che il gruppo lavorasse da parecchio tempo - tant'è che Aragona in una telefonata intercettata si è lasciato scappare che è «da 5 anni che faccio questo mestiere» - e poi che il numero delle vittime sia di gran lunga superiore a quello accertato: «molte centinaia, - scrive il gip - considerato che spesso le vittime non fanno denuncia e, comunque, molte sono (...) all'estero». Da qui si spiega il "tesoretto" sequestrato a uno degli arrestati in una cassaforte a Reggio Calabria: circa 150 mila euro in contanti e 35 Rolex.