«Ora diversificare i mercati»

6 Aprile 2017

Sciotti (Fantini-Farnese): evitare di concentrarsi su un solo paese

PESCARA. Gli imprenditori del vino abruzzese non hanno nulla da temere sul fronte occidentale. Per ora gli States di Trump e la politica di protezionismo economico non spaventano i nostri vignaioli, anche se nel paniere destinato a subire i nuovi dazi doganali potrebbe finire anche il vino. E se dovesse accadere sarebbe una bella battuta d'arresto per l'export vinicolo abruzzese. Negli Stati Uniti, ad oggi, non esiste una tassazione pesante, come spiega Mimmo Pasetti, viticoltore nell'aquilano e nel pescarese, con base a Capestrano, e presidente di Coldiretti Abruzzo. «Esportare vino in California, per esempio, costa circa un dollaro per gallone, più o meno 30 centesimi a litro, è chiaro che se la situazione dovesse cambiare, per molti vignaioli costituirebbe un reale problema. È vero che l'azione del governo americano è rivolta principalmente a paesi come Cina, Vietnam e Corea del Sud che esportano prodotti con dazio pari a zero» osserva Pasetti «ma allo stesso tempo rappresenta una risposta forte anche nei confronti dell'Europa e dell'Italia quindi, a tutela di alcuni interessi statunitensi. Il primo motivo riguarda il divieto di importazione da parte dell'Unione Europea di carne “ormonata”, quindi di quella americana, perché sul tema UE e USA hanno posizioni inconciliabili. Il secondo motivo concerne i prodotti cosiddetti taroccati, il Parmesan Cheese del Wisconsin è un caso emblematico: scoraggiando le importazioni dell'originale Parmigiano, ad esempio, si avvantaggia di fatto la citata produzione americana». Secondo Valentino Sciotti, al vertice del colosso Fantini-Farnese, con quartier generale ad Ortona, quello attuale non è il primo allarme. «È già successo con la Russia e la Cina, si tratta sempre di schermaglie tra governi e si sa che, specie in Italia, colpire l'agroalimentare ed eventualmente il settore vitivinicolo significa creare pressione intorno alla politica. Dazi o no, il segreto è evitare di sbilanciare il proprio export concentrandosi su un solo mercato, perché sarebbe difficile poi fronteggiare momenti di crisi economica e azioni di ritorsione commerciale o pseudo protezionismo come nel caso americano. La nostra azienda, per esempio, ha scelto di puntare molto sul mercato europeo, non siamo soggetti ad oscillazioni di cambio e a previsioni di dazi, significa mettersi al riparo da eventuali criticità». A creare ostacoli in certi paesi, d'altra parte, ci pensano già le accise, come sottolinea Enrico Cerulli Irelli, vignaiolo a Canzano e vicepresidente del Consorzio Colline Teramane Docg, perciò l'ipotesi di dazi in America aprirebbe scenari scoraggianti.

«Per la mia e per altre aziende della zona gli Stati Uniti costituiscono il 40 per cento del fatturato. Inoltre l'Italia resta il primo paese per presenza nel settore vinicolo negli Usa. Se si concretizzasse l'imposizione di dazi doganali anche sul vino» conclude Cerulli «credo che molti produttori abruzzesi incontrerebbero serie difficoltà di crescita».

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