Otto anni nel Progetto Case Ma ora torniamo in centro

I tecnici del nostro Consorzio di aggregati ci hanno dato la buona notizia Presto rientreremo nelle abitazioni da dove siamo fuggiti la notte del 6 aprile 2009
L’AQUILA. È il 21 febbraio, un giorno molto atteso dal Consorzio di aggregati “Buccio di Ranallo”, del centro storico dell’Aquila, zona di San Domenico, da dove siamo fuggiti la notte del 6 aprile 2009.
Atteso da quando, oltre un mese fa, è arrivata a tutti noi, proprietari componenti del Consorzio, nato nel 2010 e presieduto da Vincenzo Bonanno, la convocazione dell’assemblea. Quello che ci ha dato un po’ di euforia, l’ordine del giorno: 1) approvazione del bilancio 2016; 2) relazione dei tecnici sui lavori effettuati; 3) relazione del responsabile dei lavori dell’impresa. Perché l’euforia? Significa che siamo in dirittura d’arrivo, dopo 8 anni di esperienza, nel bene e nel male, di alloggio al Progetto Case. Una situazione, quella del rientro nelle proprie case, che già hanno vissuto per fortuna tanti aquilani e altri ancora la stanno vivendo e la vivranno a breve.
Le preoccupazioni però non mancano: che case ci ridaranno, nel centro storico, dove i nostri edifici sono in muratura per la maggior parte? Che sicurezza avranno?
Preoccupazioni accresciute anche dagli ultimi terremoti, di agosto, ottobre e gennaio e le scosse che quasi in continuazione scuotono ancora le nostre case e quelle del Progetto Case e Map, per non parlare delle scuole.
Loro, i tecnici, riuniti nello studio Ricotti, chiariscono innanzitutto il concetto e la differenza tra miglioramento antisismico e adeguamento antisismico. Ci spiegano che sono due interventi diversi e inizialmente ci mettono un po’ di apprensione. Le nostre case sono state ristrutturate secondo il criterio del miglioramento antisismico. L’adeguamento non era previsto nel nostro caso e avrebbe comportato un aumento dei costi dal 35 al 50 per cento.
Questo aspetto un po’ ci preoccupa all’inizio, perché il miglioramento antisismico prevede interventi meno pesanti. Ma non meno sicuri. Sono stati eseguiti interventi con materiali innovativi, inserite connessioni per vincolare tutti gli elementi, con reti speciali e catene, in corrispondenza di solai, coperture, muri portanti e tramezzi.
È stato superato, hanno detto i tecnici, anche l’indice di vulnerabilità previsto dalla normativa, che è dello 0,6. Si è arrivati quasi allo 0,7. Ed è tanto, hanno aggiunto, perché il miglioramento veniva fatto su edifici che avevano, prima del terremoto, lo 0,25/0,30. Questo ci ha rinfrancato, anche se da un concetto non si può prescindere: dobbiamo prendere coscienza di vivere in una zona sismica. L’unica soluzione finale sarebbe andarsene. Ma per noi che vogliamo restare e vivere qui, sapere che i soldi dello Stato per ricostruire o migliorare le nostre case sono stati spesi bene per rendere le nostre abitazioni più sicure, ci conforta. Anche se non ci tranquillizza al cento per cento.
I lavori sono quasi completati. Anzi, il responsabile dell’impresa, la Edilfrair – che forse è tra le pochissime a essere in anticipo sulla riconsegna dei lavori, previsti a luglio – ha comunicato che la parte strutturale, sia quella vincolata dai Beni culturali, che non vincolata, sono terminati. Mancano i pavimenti. Dopo 8 anni, quindi, vediamo la luce. Molte famiglie erano emigrate sulla costa, ad Avezzano, oppure negli alloggi, come me, del Progetto Case. Molto criticato, soprattutto per la mancata manutenzione; eppure un vero lusso, se si considera come stanno trattando i terremotati del Lazio, dell’Umbria e delle Marche.

