Padre Cesare racconta: io, da ematologo a sacerdote

Il parroco del Cristo Re di via del Santuario ha la fama di prete supertecnologico Recita le omelie in inglese una volta al mese e usa il tablet per evangelizzare
PESCARA. Dalla guarigione dei corpi alla cura delle anime. Da ematologo a sacerdote che recita le omelie anche in inglese e usa il tablet per evangelizzare, con il sogno spezzato di diventare insegnante di greco e latino, forte anche dei suoi studi classici al liceo Severino Grattoni della città natale, Voghera, in provincia di Pavia. Il desiderio di padre Cesare Campagnoli, 52 anni, dal settembre 2015 parroco della chiesa Cristo Re Gesuiti di via del Santuario, era insegnare alle giovani generazioni le passioni del vivere.
Ma le vie del Signore sono infinite. Anche se «mai avrei pensato di diventare sacerdote», dice, un seme gettato per caso è germogliato fino a diventare una missione. Prima, però, ha avuto il sopravvento la vocazione medico ospedaliera. Così, negli anni Ottanta, a «una settimana dalla scadenza delle iscrizioni all'università», la virata: dal sogno dell'insegnamento scolastico subito archiviato, all'iscrizione alla facoltà di Medicina a Pavia e laurea nel 1989 con specializzazione in Ematologia nel 1993.
Un lungo percorso di studi scandito dalla conoscenza, in quel di Pavia, dell'indimenticato ematologo pescarese Glauco Torlontano, le cui relazioni sui trapianti «erano precise, perfette, emozionanti». Alla clinica Mangiagalli di Milano, una delle prime esperienze professionali, esplode la passione per lo studio delle patologie fetali per la risoluzione dei problemi legati alle gravidanze a rischio.
Umberto Nicolini, luminare e mentore, gli spiana la strada per l'ingresso nel firmamento dei cattedratici a Philadelphia, negli Stati Uniti. Per due anni, dal 1993 al 1995, fu operativo al Pennsylvania Hospital, struttura sanitaria privata e successivamente al Temple university di Philadelphia. Il dottor Campagnoli resta negli Stati Uniti fino al 1997.
Pochi giorni prima della morte della principessa Diana, 31 agosto 1997, Cesare Campagnoli, nato il 28 marzo 1965, figlio di Mario, veterinario e politico, e di Maria Poggi, originari di Casteggio, nell'Oltrepò pavese, scomparsi da alcuni anni, lascia gli Usa per volare in Inghilterra, destinazione Londra. Qui si insedia al Charlotte's and Chelsea hospital fino al 2001. Ma due anni dopo, nel 2003, torna a Philadelphia come ricercatore al Children's hospital. Durante questa permanenza, tra ricerche esperimentazioni già avviate a Londra sulle cellule umane, per il dottor Campagnoli, con una forte fede cattolica nel dna familiare, iniziano le prime crisi di coscienza.
Feti umani. «Non sopportavo più l'idea di buttare nella spazzatura feti umani a 15-17 settimane», rivela con sofferenza padre Cesare, «la mia coscienza si ribellava a fare lo spazzino di feti. Mi sono posto il problema morale, la vita va rispettata. La scienza a un certo punto va fermata, non tutto si può fare. Non volevo utilizzare feti, quindi vite umane in formazione, a favore di altri esseri umani». Un pensiero insopportabile fare il medico per praticare aborti, quindi uccidere e non salvare vite umane.
Se l'etica scientifica impone la ricerca sempre più serrata delle cellule staminali ed embrionali, che nonostante il largo uso in medicina «sono ancora misteriose», osserva il sacerdote dei Colli, «malgrado l'altissimo potenziale di utilizzo, mi chiedevo continuamente se moralmente era giusto quello che facevo».
La coscienza. E a un certo punto la coscienza disse che non era giusto. Il 14 agosto 2003, il dottor Campagnoli entra nella Compagnia di Gesù a Philadelphia e inizia il cammino per diventare un sacerdote gesuita, deciso a dare alla sua missione una ventata di cambiamento sollecitando le menti più conservatrici. Ha inizio una nuova rivoluzione nella sua vita e in quella dei fedeli che incontrerà nel suo cammino di apostolo di Gesù. Il 9 dicembre 2012, viene ordinato sacerdote alla Fordham university, università privata statunitense di stampo cattolico di New York. Anche se il suo cammino di fede non è concluso perché non ha ancora preso i voti definitivi.
Il ritorno in Italia. La salute dei genitori comincia a vacillare, i richiami del cuore si fanno sempre più insistenti. E padre Cesare fa ritorno in Italia, nella città natia dell'Oltrepò pavese. Le prime esperienze sacerdotali sono nella diocesi di Tortona, in Piemonte, quindi nelle comunità di Pancarana e Cervesina, nel Pavese, dove acquista la fama di prete supertecnologico che dice messa appuntandosi le omelie sul tablet con la cover gialla. Numerose le missioni in ogni angolo del mondo: Usa, Cina, Sudamerica, Europa. Il voto dell'obbedienza lo porta a Pescara, dove dal 23 settembre 2015 guida la parrocchia di 4200 anime.
Un sabato al mese dice messa in inglese e sono tanti gli extracomunitari che si affacciano in chiesa per pregare.
Padre Cesare, che tipo di comunità ha conosciuto al suo arrivo in città?
Un tantino conservatrice. La difficoltà, che ancora oggi persiste, è proporre e attuare il cambiamento. Io sono sempre disponibile all'ascolto e pronto a recepire iniziative, progetti creativi e propositivi. La diocesi guidata da monsignor Tommaso Valentinetti è molto attiva, tante le proposte di evangelizzazione e atteggiamenti di fede che si realizzano nell'impegno sociale.
Qual è il suo segreto per trascinare gente in chiesa?
La fede. La fede non deve essere mai privatizzata, celata dentro di sè, ma manifestata espressamente. La fede ha bisogno continuamente di nuova linfa, perché non è statica e dà speranza per affrontare la vita quotidiana. Le mie omelie cominciano spesso con una domanda: "Perché siamo qui oggi?" proprio per sollecitare le persone a essere consapevoli del proprio cammino, rinforzato con gli esercizi di Sant'Ignazio di Loyola.
I giovani sono sensibili al suo carisma?
Non mi ritengo carismatico, amo lavorare dietro le quinte. I giovani pescaresi vivono troppo ancorati alla realtà quotidiana, vorrei che avessero una maggiore consapevolezza del mondo gobale. Che andassero a raccogliere sfide in terra straniera, conoscere altre culture per crescere. E per crescere bisogna cambiare, non fare resistenza al cambiamento. Integrarsi in contesti mondiali e lavorare per sfatare gli stereotipi che vogliono un’ Italia spaghetti e mafia. In questa parrocchia, comunque, sono molto attivi i giovani del gruppo Meg, Movimento eucaristico giovanile, con tante iniziative promosse, stimolati dal discernimento vocazionale. Esorto tutta la comunità a riflettere, a fare ciò che piace nella vita perché una vita senza passioni è pesante. I giovani devono scoprire i propri desideri profondi e non inseguire solo miti e mode effimeri.
Prossimi obiettivi?
Ampliare la collaborazione con le altre parrocchie, oltre a quella di San Paolo e la Madonna dei sette dolori. In città c'è una vasta presenza di uomini e donne di tante culture, persone che collaborano anche con me. Io stesso sono un migrante e comprendo le difficoltà della convivenza di diverse culture. Ma l'obiettivo è lavorare a una chiesa senza barriere che stimoli l'apertura al diverso.
Fede e ragione sono possibili?
Sì, perché la fede aiuta le persone a convivere con i propri limiti.
Lei crede nella vita eterna?
Crederci aiuta a dare una prospettiva diversa alla vita terrena.
Secondo lei, è giusto che i sacerdoti abbiano una famiglia?
E' un argomento ampio, anch'io sono stato fidanzato un tempo e so che cosa vuol dire formare una famiglia. Ma sono felice di aver fatto una scelta di vita interamente dedicata al Signore.
Quanto è imbarazzante per un sacerdote parlare di sesso ai corsi prematrimoniali?
Con il mio passato da medico, con tanti studi sulla ginecologia, non provo imbarazzo. Ma i preti, che comunque hanno un vissuto, devono essere preparati a parlare anche di sesso con le giovani coppie aiutandole attraverso gli esercizi spirituali. Per aiutare le persone, bisogna essere competenti e avere uno sguardo più ampio.
Le piacerebbe, un giorno, diventare Papa?
Il mio scopo è solo servire bene la Chiesa.
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