Padre e figlia arrestati per il colpo alla Bcc

I carabinieri risalgono a un panettiere di Città Sant’Angelo attraverso l’esame del Dna: nella fuga l’uomo perse il cappello
PESCARA. Sono padre e figlia. Hanno 53 e 32 anni. E avrebbero agito insieme, in coppia, per rapinare la Banca di Credito Cooperativo di Castiglione Messer Raimondo di Elice, a fine agosto. Si chiamano Antonio e Roberta Tombion e lui è un panettiere di Città Sant’Angelo mentre lei è di Cappelle sul Tavo. Il colpo, fruttato 25mila euro, è stato ideato e messo a segno materialmente da Tombion padre, stando alla ricostruzione dei carabinieri, mentre la figlia avrebbe fatto da complice. Per entrambi è scattato l’arresto e mentre il padre è finito in carcere, a Pescara, alla figlia sono stati concessi i domiciliari.
La ricostruzione dei fatti attribuiti ai due arriva dai carabinieri nel Nucleo investigativo del Reparto operativo di Pescara, coordinati dal maggiore Massimiliano Di Pietro, che sono risaliti ai Tombion e hanno rimesso alla Procura i risultati dell’attività di indagine, passata anche attraverso i Ris di Roma, visto che il capofamiglia è stato incastrato attraverso il Dna, ma non solo. Ed è stato il giudice per le indagini preliminari Elio Bongrazio a disporre l’arresto, su richiesta del sostituto procuratore Rosangela Di Stefano.
Sono le 15.25 del 31 agosto quando il rapinatore entra negli uffici della banca, a Elice. Ha il volto coperto da un berretto con visiera, occhiali e una calza di nylon. Si infila nel bussolotto, lo supera nonostante sia armato di pistola (probabilmente solo un giocattolo) e affronta il personale, cioè tre impiegati e il direttore. Le minacce a mano armata hanno un effetto immediato, e non potrebbe essere altrimenti. Chi si trova in cassa non può far altro che consegnare i soldi, circa 25mila euro, per poi vedere fuggire il rapinatore. L’uomo va via a piedi ma a poca distanza da lì lo attende un’auto, una Renault Kangoo di colore bianco. In pochi secondi sparisce. Dalla banca parte la segnalazione ai carabinieri che arrivano sul posto, raccolgono le testimonianze e cercano i primi elementi utili per mettersi alla ricerca dell’uomo. Lì per lì il rapinatore sembra scomparso nel nulla ma lo studio delle riprese del sistema di videosorveglianza si rivela fondamentale per gli uomini dell’Arma, così come il ritrovamento di un berretto con la visiera con la scritta “Raffo”, che il bandito ha perso nella fuga. Le immagini delle telecamere consentono agli investigatori di restringere parecchio il cerchio tra i possibili autori del colpo.
Abbinando le testimonianze di chi ha visto da vicino il rapinatore a uno studio attento dei filmati, i carabinieri ipotizzano che possa trattarsi di Tombion, un volto noto perché in passato è stato già sospettato di rapina .
Nel corso degli accertamenti vengono coinvolti anche i Ris di Roma ai quali viene chiesto di esaminare il cappellino perso a Elice dal rapinatore, per estrarre il Dna e compararlo con quelli inseriti nella banca dati a disposizione dell’Arma (nella quale sono inserite le persone che hanno precedenti). E il Dna fornisce un ulteriore elemento a carico di Tombion: quello estratto dal cappello appartiene al panettiere 53enne. Quanto alla figlia dell’uomo, i carabinieri non hanno dubbi sul fatto che fosse alla guida della Renault, passata vicino alla banca prima e dopo la rapina, come emerso dalle immagini delle telecamere del Comune.
Eseguendo gli arresti gli uomini dell’Arma hanno effettuato delle perquisizioni e acquisito del materiale che potrebbe rivelarsi utile per proseguire le indagini, che non sono chiuse. I carabinieri vogliono andare a fondo, dovendo individuare i responsabili di altre rapine messe a segno nella zona sempre ad opera di un uomo che ha agito da solo, almeno apparentemente.
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