Padre e figlio accusati di usura: il pm chiede il rinvio a giudizio

26 Novembre 2020

Secondo la procura, Fabio e Michael Sanna avrebbero costretto una madre 80enne e i due figli a chiudere l’agenzia immobiliare a Montesilvano dopo un prestito di 500 euro e una serie di minacce

PESCARA. Arriva la richiesta di processo per padre e figlio, presunti responsabili di una brutta vicenda di usura e non solo. Per Fabio Sanna e suo figlio Michael, il sostituto procuratore Andrea Di Giovanni ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio che verrà discussa davanti al gup il 27 gennaio prossimo.
Usura, estorsione, sequestro di persona, violenza privata, sono alcuni dei reati contestati ai due imputati che per un lungo periodo hanno ridotto ai minimi termini la vita di una famiglia: madre ottantenne e due figli adulti, costretti anche a chiudere la loro attività di agenzia immobiliare che avevano a Montesilvano a causa delle assurde pretese degli indagati che non lesinavano minacce e ogni altra forma di terrorismo per incrementare i loro interessi usurari.
Una valanga di interessi, compresa la mora per i ritardi. Tutto iniziò con un prestito di 500 euro nel 2018 che uno degli imputati, che peraltro collaborava con l'Agenzia delle vittime, concesse per pagare una rata del mutuo della casa delle parti offese che in quel momento erano in una grave crisi economica. Poi l'escalation di richieste di interessi esosi a fronte di altri piccoli prestiti dai 1.000 ai 3.000 euro che le vittime erano costretti a chiedere per poter andare avanti.
A fronte di circa 14mila euro di prestiti concessi nell'arco di due anni, le vittime si trovarono a dover restituire una cifra che sfiorava i 55mila euro. Fino a quando i legali della famiglia, Giovanni Mangia e Roberto Luciani (che gestisce da anni uno sportello antiusura ed estorsione) non riuscirono a convincere le parti offese a presentare una denuncia, non prima, però, di aver raccolto una serie di prove contro i presunti usurai: soprattutto messaggi minatori giunti nel tempo sui cellulari dei due fratelli vittime di questo tormentone. Nel capo di imputazione, viene evidenziato il modus operandi dei due imputati: «Mediante minacce larvate (prospettando l'intervento "diretto" e financo l'irruzione in casa per impartire “una dura lezione” da parte dei finanziatori primari, asseritamente appartenenti a etnia rom) e minacce esplicite di morte o di lesioni (anche ai propri familiari più vicini) esternate attraverso messaggi sms e whatsapp e attraverso il mezzo del telefono all'indirizzo dei due fratelli in caso di mancata restituzione delle somme».
I due Sanna avrebbero anche costretto uno di loro a uscire di casa e lo avrebbero momentaneamente sequestrato dentro la loro auto prendendolo a schiaffi. «Guardati le spalle perché da oggi io sono il tuo peggior nemico. Trova i soldi perché stavolta va a finire proprio male»: è una delle tante frasi minatorie rivolte alle vittime. In un'altra circostanza, i due si fecero trovare sotto casa quando il figlio stava aspettando in macchina la madre per andare a riscuotere la pensione che era rimasta l'unica fonte di sostentamento per vivere. «Stai sereno», gli dissero, «non ti agitare. Sono giorni che ti cerchiamo e io dalle 8 mi trovo qui. Adesso andiamo a prendere i soldi. E noi poi ci vediamo tutti i mesi».
E lo costrinsero ad andare a prendere il bancomat della sorella prima di andare a ritirare la pensione della madre. E tutti questi episodi sarebbero accaduti mentre Fabio Sanna era ammesso a misura alternativa alla detenzione in carcere, affidato ai servizi sociali. Poi, nel maggio scorso, arrivarono le misure cautelari richieste dalla procura che aveva delegato alle indagini i carabinieri: Fabio finì in carcere, il figlio all'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. Adesso rischiano il processo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA