l’intervista

Padre Guglielmo Alimonti: «La mia vita? Tutta un debito. La messa alle 6 di mattina il colpo di genio di Padre Pio»

31 Maggio 2026

Incontro con il frate cappuccino, 97 anni e figlio spirituale del Santo da Pietrelcina

«I giovani oggi sono privati del dono più bello: la serenità e la certezza del futuro»

PESCARA

Sono le sei di mattina e Pescara si sta ancora svegliando mentre varco la soglia della chiesa della Madonna dei Sette Dolori. A dispetto dell’aurora sonnecchiante che avvolge il cielo, la chiesa trabocca di persone – giovani, lavoratori, anziani, donne, uomini – tutti tesi ad ascoltare la messa che Padre Guglielmo Alimonti, 97 anni, celebra ogni mattina da oltre trent’anni.

Finita la celebrazione mi avvicino a Padre Guglielmo, frate cappuccino, figlio spirituale e amico personale di Padre Pio, che durante la sua missione ha fondato più di 400 gruppi di preghiera e scritto molti libri. I suoi occhi azzurri mi penetrano mentre accenna un saluto che parte dalla barba bianca elettrica che gli contorna il mento.

Padre, intanto come sta?

«Discretamente, sa a questa età».

Più di ottanta anni fa la sua vocazione, se non sbaglio, sotto la guerra?

«No, nel periodo di guerra è maturata la vocazione che io già avevo da qualche anno. Sentivo questo richiamo della vita religiosa. Nel mio paese, Guardiagrele, c’erano i cappuccini e io la mattina frequentavo l’Istituto d’arte, prima andavo lì, servivo le messe e poi di corsa in tempo per entrare a scuola. Quindi questo desiderio di dedicarmi a una missione nella vita l’ho sentito subito. Poi la guerra ha finito di maturarla».

Come mai?

«Perché sono stato a rischio di morte. Le mitragliate tedesche mi fischiavano sulla testa. Poi guardai verso il muro che avevo dietro, era tutto trinciato da quelle pallottole. Mi sono salvato, ma più di una volta ho rischiato la morte. Allora ho detto: da oggi in poi la mia vita sarà tutta un debito».

Ottant’anni dopo, la guerra è tornata, se lo immaginava?

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«No. La speranza ci faceva desiderare che una volta finita quella brutta storia non ricominciasse. Io ho visto molti feriti, tedeschi che entravano nelle case e rubavano tutto. Ho detto: la guerra è questa, ora basta. Speriamo che finisca. Tuttavia la Madonna a Fatima aveva avvertito: se l’umanità non fa penitenza, non cambia vita, continua con i vizi che adesso sono liberi, sbrigliati, verrà un’altra guerra peggiore. E infatti…».

Lei poi studia per anni lo spagnolo perché voleva andare in missione in Sudamerica. Poi arriva Padre Pio e le dice: «no, tu rimani qui». Come si fa a obbedire? Come si fa a dire: adesso cambio tutto?

«C’è una forza interiore che ti sostiene, ti fa dire sì nonostante che cambia tutto nella vita. Un istante è bastato. Mi ha detto così, io ero andato per avere la risposta, la risposta è quella, amen. Chiuso».

Rimpiange di non essere riuscito a partire?

«No. Non rimpiango nulla. Sono un amante della cultura. Pensa che studiavo in greco quello che dovevo ripetere in latino, per tenere le lingue classiche in mente. Ho letto un libro al giorno per anni e ho scritto un libro al mese per anni, avevo scritto 500 volumi. Sentivo dentro questo fermento delle cose belle, buone. Le idee che sorreggono la vita valgono quanto la vita».

Ma senza Dio non bastano le idee, o sbaglio?

«Certo. Per incontrarlo sul serio e riconoscerlo e farlo entrare nella vita ci vuole anche questa capacità intellettuale – se ci mettiamo la cultura dentro, sennò è solo la nostra ragione. E questo l’ho sempre sentito, è come un dono grande».

Ascoltando il vangelo di oggi, la cacciata dei mercanti dal tempio (intervista del 29 maggio, ndr), sembra che a Gesù gli partano i cinque minuti e «prende a ceffoni» tutti – anche Padre Pio era mite e vulcanico allo stesso tempo?

«Intanto diciamo che non erano i cinque minuti di Gesù – chissà da quanto tempo stava sopportando, andava nel Tempio e trovava i mercanti. Passavano i giorni e lui: adesso basta. Anche Padre Pio qualche volta ha detto “adesso basta!”. Mi ricordo quando gli misero i registratori sotto il letto per accusarlo, per sentire se diceva contro la Chiesa. Era questa la paura».

Cioè?

«Che Padre Pio, così famoso, con decine di migliaia di persone intorno, potesse mettersi contro la Chiesa. Allora gli hanno messo i registratori. Lui ha lasciato fare più di un mese con l’apparecchio che girava. Una mattina, finita la messa, rientra in cella e dice a un confratello: “Ce l’hai un taglierino?”. Glielo danno. Alza la coperta e taglia i fili. Tagliato e finito».

Molti hanno visto Padre Pio solo nelle immaginette o nelle parole di chi me l’ha incontrato. Come si racconta oggi?

«Così come l’ho visto io, nella realtà: un uomo tanto santo quanto umile e semplice. San Pio non era una persona inaccessibile, un santo da nicchia, mai. Se si accorgeva che lo trattavi come un santo, se ne andava. Si arrabbiava. Invece andavi con umiltà rispondeva: “Buona giornata, figlio mio”, e abbracciava. Un’umanità dirompente».

È un santo trasversale. Persone lontane dalla chiesa, a cui importa poco di Dio, davanti a Padre Pio cambiano. Come riesce ad andare incontro alle persone, pur non essendoci più?

«Perché lui stesso l’ha detto: prima ancora che queste persone arrivassero, il Signore gliele faceva vedere, gliele faceva conoscere, e lui pregava per la loro conversione. Qualche volta gliel’ha detto: “Vedi, quanto sangue mi sei costato”. E quello rispondeva: “Padre, ora sono arrivato, sono contento”. Arrivavano già maturi per ricevere tutte le altre grazie. Tanti uomini, dopo quaranta, cinquant’anni senza entrare in chiesa, in ginocchio lì da due ore. Uno mi ha detto: “Padre, alla mia chiesa non ci vado mai, ma se una volta ci vado sto in piedi. E qua ora sono in ginocchio, non me ne sono neanche accorto”».

Di solito è brutto chiedere cosa direbbe oggi chi non c’è più, però San Pio tra i tanti doni aveva anche quello di vedere il futuro. Lei ha mai detto qualcosa che vede oggi?

«Mi ha detto: “Figlio mio, ricordati che il mondo è sempre lo stesso di cento o mille anni fa, però noi possiamo fare qualcosa per cambiarlo in meglio”. E quindi la sua missione l’ho presa io. Quando mi ha detto che dovevo girare il mondo parlando della preghiera, della conversione, del Vangelo, io questo faccio. Ho girato l’Europa, fuori dall’Europa, portando questo messaggio. Mi ricordo una volta in Svizzera…».

Prego.

«…la prima giornata non si vedeva un prete – la gente sì, ma i preti no, perché lì c’è il preconcetto che noi giù siamo creduloni appresso a un santo. Invece dopo un giorno o due li ho visti fermarsi ad ascoltare, e allora mi hanno detto: “Vogliamo stare un po’ con te”. E io ho risposto: “Venite a cena, mangiamo, stiamo insieme”».

Il mondo è lo stesso di mille anni fa. I giovani d’oggi però vengono messi sotto accusa – privilegiati, mammoni, pieni di tutto eppure infelici. Lei che ne pensa?

«Penso che siano privati del dono più bello: la serenità. Ai ragazzi oggi manca la serenità, la tranquillità, la certezza del futuro. E questo è tanto. O riescono ad afferrare qualcosa su cui costruire, oppure diventano ribelli. Mi disse uno: “Io non ho niente da perdere, posso fare qualunque stupidaggine”. Significa che non aveva costruito niente. E allora ho detto: “Vieni, parliamo un po’”. Piano piano li intercetti. E molti di questi giovani che ho incontrato, oggi sono sacerdoti, sono in missione in Africa, in India, e sono collegati con me ogni mattina quando celebro la messa».

A lei piacciono un po’ i ribelli…

«Vedere un esercito che si mette in marcia per uno scopo di bene, evangelizzare il mondo, è una consolazione».

La messa tutte le mattine alle sei, a 97 anni, e poi tutta la giornata che immagino sia piena. Come si fa?

«Io ero cappellano degli operai a Pescara. Seguivo gli operai nelle fabbriche, negli uffici, alla questura, ai municipi. Tutti li dovevo evangelizzare. La messa la mattina la celebravo quando potevo, alle otto, alle dieci, alle undici. Una mattina, dopo che mi ero confessato da Padre Pio – senza che io avessi detto niente – lui mi disse: “Quella messa, dilla presto”. E gli operai che passavano per il cambio del turno si accorgevano della luce accesa: “Padre, che succede?” “Sto celebrando la messa”. “Aprite, entriamo pure noi”. Da quel giorno hanno cominciato a fermarsi, gli uomini si fermavano. Allora ho detto a Padre Pio: “Avevi ragione”. Quindi lo devo a lui, me l’ha suggerito lui».

C’è qualcosa che Padre Pio le ha chiesto e non è riuscito a fare?

«Questo non te lo so dire, perché la volontà mia c’è tutta, di fare quello che lui mi ha chiesto. E anche perché la sua presenza è continua. Mi disse una mattina – in dialetto napoletano – “Guagliò non ti risparmiare”».

Ha 97 anni. Per cosa si prega?

«Per lo stesso motivo per cui ho pregato quando avevo dieci anni. Sento il bisogno di stare davanti a Dio, in pace con Dio, di fare sempre qualcosa di buono».

Sul mondo, visto quello che sta succedendo, che pensieri ha?

«C’è sempre la speranza. Quando muore la speranza è ferito il mondo. Qual è la speranza oggi? Che il Signore, pregato da tanta gente buona, perdona. Che lui continui a cambiare il cuore della gente».