Palazzo sulla riviera, 5 richieste di processo

La procura contesta i reati di abuso d’ufficio e falso a D’Alfonso, Milia, Dezio, Di Biase e Ruffini. La parola passa al giudice
PESCARA. La procura di Pescara ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per i protagonisti della vicenda Pescaraporto, che ruota intorno alla realizzazione di un complesso edilizio lungo la riviera di Porta Nuova, tra il ponte del Mare e il porto turistico.
A rischiare il processo sono l’ex governatore Luciano D’Alfonso, l’attuale direttore generale del Comune di Pescara, Guido Dezio, l’ex segretario dell’ufficio di presidenza della Regione Abruzzo, Claudio Ruffini, l’avvocato Giuliano Milia (i cui figli hanno delle quote nella società Pescaraporto), e Vittorio Di Biase, dirigente del servizio regionale del Genio civile di Pescara.
Tutti sono accusati di concorso in abuso d’ufficio e falso. Una richiesta di processo, firmata dal procuratore Massimiliano Serpi e dal procuratore aggiunto Anna Rita Mantini, che arriva un po’ a sorpresa per i protagonisti della vicenda, convinti, dopo l’avviso di conclusione delle indagini e le corpose memorie difensive presentate, che l’inchiesta dovesse prendere tutt’altra strada che quella del processo.
L’INTERCETTAZIONE Una vicenda che probabilmente verrà ulteriormente approfondita in sede di udienza preliminare visti i vari aspetti di discussione che offre. Al centro dell’inchiesta, nata da una telefonata intercettata sull’utenza di Ruffini nel corso dell’inchiesta su Palazzo Centi all’Aquila (dove peraltro per l’ex governatore è poi arrivata l’archiviazione), corroborata da una segnalazione del consigliere comunale dei Cinque Stelle, Erika Alessandrini, una questione squisitamente tecnica legata alla variazione di destinazione d’uso e a un atto, prima bocciato e poi accolto dal Genio civile. La Pescaraporto, peraltro, aveva ricevuto regolari autorizzazioni per costruire, a cui però non diede seguito. Il problema sarebbe sorto quando la società decise di riprendere quell’attività edilizia, cambiando però la destinazione d’uso finale del progetto.
IL RISCHIO ESONDAZIONE E qui venne in primo piano il ruolo del Genio civile che in un primo momento aveva detto no all’intervento edilizio, motivando la decisione per la possibile pericolosità idraulica delle aree interessate, per il rischio di una possibile esondazione del fiume, poi avrebbe invece cambiato rotta dando il suo parere favorevole. Per la procura, questo improvviso cambiamento sarebbe stato indotto dalle pressioni dell’ex governatore. E tutto ruoterebbe attorno a un incontro voluto a distanza da D’Alfonso (in quei giorni impegnato all’estero) che ci sarebbe stato tra Ruffini, che avrebbe svolto il ruolo di intermediario per quella occasione, e l’avvocato Milia.
LA TELEFONATA Al riguardo, ci sarebbe una telefonata in cui D’Alfonso invitava Ruffini a recarsi dal legale «che vi deve chiedere una informazione». In tutto questo il ruolo di Dezio sarebbe stato soltanto quello di accompagnare Ruffini da Milia perché non lo conosceva e non era mai stato nel suo studio. Da questo incontro sarebbe nato il cuore dell’inchiesta in quanto, secondo l’accusa, Milia avrebbe indicato a Di Biase la traccia tecnica per superare l’iniziale diniego.
LE PRESSIONI «Condotte attuate», si legge nell’imputazione, «con il concorso di Luciano D’Alfonso, che forte del suo ruolo di presidente della Regione faceva pressioni sull’ingegnere Vittorio Di Biase, tramite l’intervento fattivo e cosciente di Ruffini e Dezio, affinché nel presente caso, di immediato interesse dell’amico avvocato Giuliano Milia, il predetto dirigente del Genio Civile di Pescara tenesse una condotta di favoritismo, giungendo al punto di redigere la nota del 15 marzo 2016 ideologicamente falsa, sulla falsa riga dell’appunto manoscritto compilato dal Milia medesimo». Come si vede, la questione è ancora aperta a qualsiasi soluzione e l’udienza preliminare, ancora da fissare, potrebbe servire a chiarire definitivamente i reali termini della vicenda.

