Parla il ristoratore preso a pugni in strada: mi sento un miracolato

Antonio Cicalini, 64 anni, non ricorda nulla della lite con il pugile: «La mia vita è cambiata in un istante Adesso non riesco neppure a mangiare da solo e ogni giorno devo prendere decine di farmaci»
FRANCAVILLA. «Mi sento un miracolato». Sono queste le prime parole che Antonio Cicalini, il 64enne ristoratore di Francavilla, aggredito il 25 ottobre da un pugile in seguito a una lite nata per motivi legati alla circolazione stradale, pronuncia nel corso di una lunga chiacchierata insieme alla moglie Franca, alla figlia Manuela e all'avvocato di famiglia Angelo Pettinella. Ha un occhio gonfio, il naso rotto.
Si muove a fatica utilizzando le stampelle e l'aiuto della famiglia, ma la lucidità non gli manca: «Non ricordo nulla di quanto accaduto quel pomeriggio. Tutto quello che so è per i racconti e le testimonianze sentite. Sono stato per oltre un mese in stato d'incoscienza». Fino al 2 dicembre. «Quello è stato il giorno in cui è venuto a mancare mio cognato, a cui ero molto legato. Dentro di me, ho sentito che lui stava andando via e quell'episodio ha segnato l'inizio del mio risveglio. Tanto che il giorno dopo sono stato io a chiedere ai miei familiari se era vero che fosse morto e loro sono rimasti di stucco, perché non riuscivano a capacitarsi di come lo potessi sapere».
Fino a quel momento Cicalini era stato prima in coma, in rianimazione, all'ospedale di Pescara. Poi trasferito in quello di Popoli e infine nella clinica Villa Serena di Città Sant'Angelo. «La mia vita è cambiata in un istante, per colpa di una stupidaggine», dice con fatica ma anche con lucidità, alternando momenti di apparente calma ad altri di affanno e di commozione, aiutato dall'affetto dei suoi cari.
«Rispetto a come potevano andare le cose è già tanto che sia qui a raccontarle, ma la strada è ancora lunga. Ho recuperato ancora troppo poco, però sono sicuro di guarire», prosegue, lasciando intendere di come, nonostante l'accaduto, sia assolutamente cosciente di quella che è la sua condizione.
Il 21 dicembre è stato dimesso da Villa Serena ed è tornato a casa per il Natale, ma anche lui sa che in questo momento ha bisogno di una struttura per proseguire il percorso riabilitativo: «Non posso restare a casa, non sono autosufficiente. A volte chiedo scusa a mia moglie e a mia figlia per i miei comportamenti scorbutici, ma vi assicuro che sentirsi inutile da un giorno all'altro non è una bella sensazione. Durante il giorno non faccio altro che prendere farmaci, decine di farmaci, da quando mi sveglio a quando vado a dormire».
Per questo, i familiari e l'avvocato hanno già avanzato domanda alla Fondazione Paolo VI, dove contano di poterlo inserire appena dopo le feste. E Antonio continua: «Ho ricevuto tante visite e tanti attestati di stima e di affetto in queste settimane. Purtroppo non sempre sono stato in grado di accogliere nel migliore dei modi chi è venuto a trovarmi, ma ci tengo a ringraziare tutti».
Ma per Sandro Mangifesta, il pugile che l'ha aggredito, non ha alcun pensiero: «Non lo conosco. Tutto quello che so è quello che mi è stato raccontato. Mi hanno detto che lui ha dichiarato di non sopportare gli arresti domiciliari. Beh, credo che la mia condizione sia di gran lunga peggiore. In ospedale più volte mi hanno dovuto contenere durante le crisi, adesso non riesco nemmeno a mangiare da solo». Proprio su questo punto insistono la moglie e la figlia: «Non vogliamo vendetta, ma solo giustizia. Antonio era una persona piena di vita, quasi da solo mandava avanti il ristorante di famiglia. Non si fermava un secondo. Dal 25 ottobre è cambiato tutto».
E ancora: «Dall'aggressore e dalla sua famiglia non abbiamo ricevuto un gesto, una telefonata, un messaggio, una parola di conforto. Lui dice di essere dispiaciuto e che non avrebbe voluto farlo, ma facciamo fatica a crederlo. A tutto questo però penserà la giustizia, in cui abbiamo piena fiducia. A noi adesso interessa solo la salute di Antonio. I medici avevano parlato di cranio frantumato e zero speranze. Lui invece ha stupito tutti. C'è ancora tanta strada da fare e la faremo insieme».
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