Parla l’ex moglie di Giulio: «Voleva cambiare lavoro»

Debora adesso invoca giustizia per l’operaio 56enne di Casalbordino «Era cosciente dei forti rischi, per questo cercava un impiego più tranquillo»
CASALBORDINO. Rabbia e voglia di giustizia. Ricordi e momenti di una vita passata insieme e svanita in pochi attimi. Rimane solo questo ai familiari delle tre vittime della strage di mercoledì alla Espoldenti Sabino di Casalbordino. Fernando Di Nella, 62 anni di Lanciano, Giulio Romano, 56 anni di Casalbordino e Gianluca De Santis, 44 anni di Palata (Campobasso): dietro questi nomi ci sono figli, grandi e piccoli, che attendevano il ritorno del papà da lavoro, mogli con cui realizzare i progetti e i sogni di una vita. C’è anche chi aveva riscoperto da poco l’amore con una nuova compagna. Ci sono, poi, i fratelli e le sorelle con cui hanno condiviso l’infanzia. Ora rimangono i ricordi.
IL RICORDO «Era la persona più buona che io abbia mai conosciuto», si commuove Debora Ruzzi, la ex moglie di Giulio con cui, anche dopo il divorzio, aveva continuato ad avere ottimi rapporti, «non ci sto capendo niente in questi giorni, so solo che ci mancherà tanto». Prima di lavorare nella fabbrica che tratta residuati bellici, Giulio aveva una passione che in tutti i modi ha cercato di salvaguardare. «Era un’artista», racconta Debora, «ma per le dinamiche della vita ha dovuto abbandonare questa passione. Non riusciva ad arrivare a fine mese e ha chiuso la sua bottega in corso Garibaldi».
LA RABBIAAi ricordi e ai bei momenti passati insieme si aggiunge adesso l’inevitabile rabbia. «Questi fatti non dovrebbero accadere», dice l’ex moglie di Giulio, «non è giusto morire così, è una cosa che fa schifo. Noi siamo troppo piccoli in confronto a questi eventi così atroci. Nel 2023 non è più possibile che succedano ancora queste tragedie». E la storia di Giulio accende ancora più la collera: vuoi per la fatalità, vuoi perché la morte lo ha rincorso. Nel 2020 era miracolosamente scampato all’esplosione che aveva ucciso tre suoi colleghi. Per un cambio turno, Giulio era sfuggito alla strage. Ma, a distanza di neanche tre anni, una nuova esplosione gli è stata fatale.
«COSCIENTE DEL PERICOLO»I 70 dipendenti della Esplodenti Sabino sono coscienti del materiale con cui lavorano quotidianamente: residuati bellici da bonificare e che, anche con tutte le misure precauzionali, hanno sempre una percentuale di rischio. E questo Giulio lo sapeva bene. «Lui era cosciente che fosse un lavoro pericoloso», prosegue Debora, «spesso anche in famiglia si parlava proprio di questo. Noi abbiamo provato più volte a chiedergli di lasciare il lavoro. Voleva trovarsi un altro impiego più tranquillo. Ma, a una certa età, si ha sempre un po’ paura e timore dei cambiamenti». Giulio ha così messo da parte la sua vena artistica, la sua passione, e ha continuato a lavorare per 18 anni nella fabbrica di Casalbordino. Con l’indennità di rischio, lo stipendio di un operaio non supera i 2.500 euro al mese.
LA FIGLIA Tra poco più di un mese ci sarà il suo compleanno: avrebbe voluto festeggiarlo con il suo papà a cui era legatissima. «Sei il mio amore unico», le diceva. La figlia Lorenza, 18 anni, ora è distrutta e chiusa nel silenzio. A stringerla forte è la mamma Debora. Sono centinai i messaggi di affetto che amici e conoscenti le stanno rivolgendo sui social per provare a darle la forza di andare avanti.
IL FRATELLO«Mio fratello era ed è stato un buon padre», racconta Luca, il fratello di Giulio ed ex assessore comunale, «era un grande lavoratore, amico di tutti, sempre disponibile». Anche Luca, insieme all’altro fratello Stefano Antonio, non può accettare quello che chiama «un destino crudele». «La morte ha vinto su di lui anche se», continua Luca, «era stato graziato dalla disgrazia per un cambio turno». E per la famiglia di Giulio, come per quella delle altre due vittime, c’è sdegno per una tragedia, l’ennesima, sul posto di lavoro. «Purtroppo», commenta Luca, «si va a lavoro per riportare il pane a casa e alcuni lavori, come quello che faceva mio fratello, lasciano un punto interrogativo tutti i giorni. Sei sicuro che vai a lavorare, ma non sei sicuro che torni a casa».
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