Patriarca, il falegname dell’Agenzia spaziale

29 Dicembre 2019

Pescarese, 72 anni, ha realizzato gli arredi del centro Usa

PESCARA. Che cosa c’è di più avveniristico di un viaggio suborbitale? Se vi capiterà di farlo (costa 250mila dollari), aspetterete il decollo su una sedia fatta “morsa e pialla”, come usavano gli artigiani di una volta.
Per il prossimo anno dovrebbe entrare in attività lo spazioporto commerciale realizzato dalla Virgin Galactic in New Mexico, negli Stati Uniti. L’azienda che vuole far viaggiare civili nello spazio ha commissionato la costruzione degli arredi a Vincenzo Patriarca. Nato a Pescara nel 1947, Patriarca ha da poco compiuto 72 anni: più che un falegname o un artigiano, è un vero e proprio artista del legno. L’azienda che porta il suo nome e che oggi ha sede a Rosciano e serve clienti come Frau, Fendi, Cavalli. Riceve committenze di privati dalla Francia o dallo Yemen. E l’ultimo lavoro, forse quello di maggiore impatto, è stato l’arredo dello spazioporto. Il passo dall’America alla Val Pescara è più breve di quanto possa sembrare, perché i committenti arrivano qui col passaparola. «Sì», conferma Patriarca, «è così da sempre: ingegneri e architetti con i quali abbiamo lavorato, che si conoscono tra loro e conoscono i nostri lavori, o hanno sentito parlare di noi».
Anche con la Virgin Galactic è cominciata così?
«Ci ha contattato un architetto inglese che era il referente del progetto».
Che tipo di lavoro è stato?
«Molto interessante. Ha messo alla prova la nostra capacità di tradurre le idee di progettisti di alto profilo, e realizzarle conservando il più possibile l’idea iniziale. Sono servite tecnologie moderne e, come sempre, la competenza di chi sa il mestiere. È stata una grande gratificazione prendere parte a un progetto così importante. Ci sentiamo come se avessimo portato un pezzo di Italia... nello spazio».
È il suo lavoro più importante?
«Uno dei più importanti. Ne ho avuti di famosi. Mi viene in mente Boris Eltsin per l’arredamento della sua dacia e le porte del Cremlino. L’ex calciatore Agostino Di Bartolomei o l’attore Giancarlo Giannini, la cantante Gabriella Ferri, abbiamo lavorato con Renzo Piano per l’auditorium di Roma».
Sempre arrivati col passaparola... Mai fatta pubblicità?
«Solo una volta tanti anni fa, tra l’altro proprio sul Centro, nel 1990».
C’è qualche pezzo che si sarebbe tenuto per sé?
«Tutti. Mi sono affezionato a ogni cosa che ho fatto. Mi ricordo i particolari di lavori di quarant’anni fa».
Realizzate solo quello che disegnano altri?
«Storicamente sì. Adesso abbiamo anche un nostro marchio, nato nel 2006 grazie alle mie figlie, Ilaria e Sara, che si chiama “Macmamau”. Fanno cose bellissime».
Che significa Macmamau?
«È un nome di fantasia, nato da una storia di paese. C’era uno era molto forte a bocce e, una volta che ha perso, gli hanno chiesto con chi e ha detto Macmamau. Quando Ilaria e Sara mi hanno chiesto come chiamarla, ho risposto “Macmamau”».
Ha spinto lei le sue figlie sulla strada del padre?
«No, è stato naturale. Sono nate in azienda, hanno sempre respirato la segatura».
Sarà così anche per i nipotini?
«Vedremo. Intanto respirano segatura pure loro... Si divertono lì dentro, e sono pure bravi a disegnare».
Come ha iniziato a fare questo lavoro?
«Da ragazzo di bottega, come si faceva una volta. Poi, dopo aver lavorato qualche anno come dipendente, mi ho fatto un milione e mezzo di lire di cambiali per comprare le prime attrezzature».
Le conserva ancora?
«Sì, e ogni tanto le uso anche per qualche ritocco. In azienda ho pure macchine a controllo numerico per fare piccole serie. Ma poi tutte le cose importanti passano al banco con le morse, il pialletto. L’alta qualità è fatta di particolari: ci sono clienti che mandano indietro un mobile per un granello».
Come è maturata quella decisione di mettersi in proprio?
«Era il 1972 e mi ero sposato da poco. Avevo preso per mia moglie una stufetta, che costava 7.000 lire, ed ero rimasto d’accordo per saldarla nel fine della settimana. Arriva sabato e non ho i soldi, e per non passare davanti al negozio faccio un giro in bicicletta un giro di 15 chilometri per tornare a Fontanelle. Allora mi sono detto che non potevo andare avanti con 20.000 lire al mese».
Dove ha iniziato?
«In via Salara Vecchia, in un garage con tavolo e pialla. Poi ho fatto un capannone di 300 metri quadrati, e oggi ne ho 10.000 a Rosciano, dove sono da dodici anni».
C’è qualcuno che la segue dall’inizio?
«C’è gente che sta con me da sempre, e qualcuno che si è messo in proprio e ha aperto un’azienda con la quale collaboriamo. Fabrizio Corneli è uno di quelli che lavora con me da 45 anni».
Perché oggi l’azienda è a Rosciano?
«Legami familiari. Sono legato alla zona perché mia moglie è originaria di Civitaquana».
Vengono anche roscianesi da voi?
«Pochi. Sanno che lavoriamo per clienti importanti, e allora pensano che per un tavolo ci voglia una cifra spropositata. È la controindicazione del passaparola! Se me la chiedono, faccio anche una mensoletta da 10 euro».
Ha mai attraversato momenti di crisi?
«Un artigiano che lavora a certi livelli non ne risente direttamente, anche se oggi sicuramente si spende meno. Negli anni ’80 mi è capitato di fare cucine da 100 milioni di lire».
Mai pensato di smettere?
«No. Magari dovrei pensarci adesso. Ma se ci penso, mi viene subito in mente un lavoro da fare».
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