Pd il grande escluso cerca identità
Ancora divisi sui capigruppo. Renzi: «Hanno vinto, tocca a loro»
ROMA. Nella sala della Lupa della Camera, che ospitò gli «aventiniani», il Pd suggella, con la candidatura di due nomi di bandiera per la presidenza delle Camere, il suo essere minoranza. «Ha vinto la linea del tocca a loro», sorride qualche ora dopo Matteo Renzi. Ma l'ampio fronte interno degli avversari dell'ex segretario lo accusa di aver imposto una scelta aventiniana che rende irrilevante il partito. Di più. Il sospetto è che l'ex leader punti a tenere il controllo, indebolendo il tentativo di unità. «Stanno decidendo i caminetti», dice Renzi in mattinata, rispondendo a una domanda sul Pd. Ma più tardi l'ex segretario corregge il tiro: «Mi riferivo a M5s e centrodestra». Negli stessi minuti Maurizio Martina, che descrivono irritato, dichiara alla Camera: «Caminetti? Si chiama collegialità». Mentre i renziani attaccano il patto «Grillusconi», il reggente elogia il discorso «sfidante» di Fico e Francesco Boccia, di area Emiliano, lo definisce un presidente della Camera «di sinistra». Martina può festeggiare l'unità, non scontata, nel voto sui nomi di Valeria Fedeli e Roberto Giachetti. Ma già è partito il braccio di ferro per la scelta, che si farà martedì, dei capigruppo e dei due vicepresidenti che dovrebbero spettare al Pd. E, in prospettiva, la sfida per la guida del partito, che vivrà un passaggio importante nell'assemblea che dovrebbe tenersi il 22 aprile o comunque alla fine delle consultazioni. I renziani danno per blindati Lorenzo Guerini alla Camera e Andrea Marcucci al Senato come capigruppo, ma i non-renziani di maggioranza e minoranza per rompere lo schema sono in pressing su Graziano Delrio alla Camera.

