Pd in frenata, niente fretta Il partito però è sfiancato
I fedelissimi del premier a testa bassa: «Noi non abbiamo paura degli elettori» Ma Bersani rivendica il suo No: «Ho salvato la baracca». Oggi infuocata direzione
ROMA. Elezioni subito, appena possibile. Ma dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale. Matteo Renzi frena sulla richiesta di andare al voto subito per capitalizzare quel 40% del referendum considerato dalla cerchia dei suoi fedelissimi la base su cui ripartire. E giocoforza si piega per ora alla tenaglia che il Quirinale e una parte cospicua del Pd stanno stringendo per evitare di riportare il Paese in campagna elettorale. Dunque, approfittando della notizia che la Consulta deciderà il 24 gennaio sull’Italicum, Renzi rinuncia a chiedere elezioni anticipate a febbraio. Ma chiama tutte le forze politiche e tutto il suo partito a una assunzione di responsabilità per non farsi logorare ora che uscirà da Palazzo Chigi cercando di coinvolgere tutte le «anime» del Pd nel governo che nascerà nei prossimi giorni. Un governo istituzionale, possibilmente guidato da una figura tipo Pietro Grasso, ma anche Graziano Delrio o Paolo Gentiloni potrebbero andare bene, un governo “amico” ma non troppo che lasci al segretario del Pd mano libera. In attesa di indire i comizi elettorali. E di riprendersi la scena
Il cambio di strategia del premier dimissionario deve fare i conti con il Pd che arriva sfiancato all’appuntamento con la direzione di oggi. Un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Con la minoranza, spaccata a sua volta, pronta a presentare il conto al segretario premier per la scelta di aver trasformato il referendum in un plebiscito su di lui e di aver perso. E che ora non ha intenzione di farsi trascinare in altre «avventure».
Renzi potrebbe essere già dimissionario quando alle 15 parlerà a largo del Nazareno. Non farà nessuna chiamata alle urne, del partito, come inizialmente immaginato. E probabilmente non metterà ai voti neanche un documento per inchiodare i dem alla sua personale exit strategy, messa a punto con i fedelissimi. Attaccherà però la minoranza che ha fatto campagna elettorale per il No e che ora con Pier Luigi Bersani rivendica di averci visto giusto. «Io ho preservato il Pd, con il No al referendum, se tutti avessimo detto Sì ci sarebbe stata la destra e ciao», ha detto ieri sera Pier Luigi Bersani, a DiMartedì su La7. L’ex segretario sconsiglia inoltre al suo successore «di sfidare ancora il Paese perché non si vince sulla macerie del Paese, specie quando si rischia di perdere sulle macerie». Ma a chiedere la testa di Renzi non sarà né Bersani né nessun altro esponente della sinistra. «Noi non abbiamo mai chiesto le dimissioni di Renzi, le ha volute dare lui, ci pensi Mattarella e il Parlamento si occupi di normalizzare la legge elettorale», dice ancora Bersani non escludendo che Renzi stia pensando di fare un partito tutto suo. Quanto alla rivendicazione del 40% dei Sì come base di consenso, Bersani frena. «Il Pci nell’85 prese il 45% al referendum sulla scala mobile e il 26% alle politiche», ricorda.
Ma la voce di Bersani non è quella di tutta la minoranza. Che per altro non chiede né le dimissioni di Renzi dalla segreteria né il congresso anticipato. In direzione Renzi può contare su una maggioranza schiacciante: l’80 per cento. E difficilmente oggi qualcuno si sfilerà. Neanche tra i probabili futuri sfidanti per la segreteria la cui lista si allunga: Rossi, Emiliano e forse Andrea Orlando. Ai dem dunque Renzi parlerà chiaro. «Noi non possiamo farci rosolare», spiegano i suoi ricordando il precedente al quale Matteo Renzi guarda con terrore, il sostegno dato dal Pd di Bersani al governo Monti. «Bersani andò alle elezioni e pagò il prezzo della misure draconiane del governo tecnico». Dunque Renzi non ha accettato la proposta di Mattarella di restare in carica perché non sono tipo da restare a «vivacchiare». Ma avverte: se non ci sarà una assunzione di responsabilità di tutti anche nel Pd la via maestra resta quella del voto perché non si può lasciare a Grillo e a Salvini la richiesta del voto. «Noi non abbiamo paura del voto», ripetono i renziani, replicando a Grillo che li sfida dal suo blog.
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