Penne si spopola: i morti sono tre volte più dei nati

Il centro vestino tra i comuni con più dispersione demografica in Abruzzo Gli ex sindaci: tra le cause, la crisi della Brioni e la situazione dell’ospedale
PENNE. È tra i comuni “maglia nera” per la perdita di abitanti, Penne, secondo il recente studio dell’economista Aldo Ronci sul declino demografico abruzzese. Un dato emerso analizzando gli anni dal 2014 al 2019 ma che per Penne si può estendere a molto prima. La crisi demografica, secondo quanto emerge dai dati Istat, a Penne parte da molto più lontano. Il centro vestino perde residenti da inizio 2001, ma a preoccupare è soprattutto l’ultimo confronto tra nascite e decessi.
Nel 2019 (dati Istat) sono state registrate 56 nascite contro 150 decessi, con un saldo naturale di -96. A Penne non si registrano oltre 100 nascite annue dal 2010, quando i nuovi registrati sono stati 101. Per un saldo positivo nascite-decessi bisogna tornare indietro di ben 18 anni. Nel 2002 Penne registrò 124 nascite contro 106 decessi, con un saldo naturale di +18.
Anche in termini di popolazione residente i numeri sono in calo da tantissimi anni. Il 31 dicembre 2001 Penne contava 12.473 residenti e fino al 2010 ha avuto una sostanziale crescita, toccando quota 12.873. Dal 2011 in poi, invece, il numero dei residenti è andato sempre in calo, toccando la quota più bassa nel 2019 (12.004). Alla base di questi numeri negativi diversi fattori: la crisi occupazionale, la perdita di servizi importanti e la scelta di tanti giovani di studiare fuori regione e rimanere lì a lavorare.
«Fino al 2006, i risultati pubblicati dal centro Studi del Cgia di Mestre segnalavano un leggero incremento annuo di nuovi residenti dovuti essenzialmente a Brioni e personale della sanità», dice Paolo Fornarola, sindaco di Penne dal 2001 al 2006. «Piccoli numeri che, inevitabilmente, si sono arrestati. Tutta la dorsale appenninica dell'Italia interessata da terremoto, dissesto idrogeologico e difficoltà di collegamenti sia alle prese con spopolamento e abbandono. Occorre», prosegue Fornarola, «un nuovo modello di sviluppo per l'Italia che non ho sempre riscontrato nei programmi dei partiti che si sono succeduti al Governo. Purtroppo per noi, le aree interne non sono attrattive per un consenso di massa. Il problema è nazionale, le soluzioni locali possono essere tutt'al più conservative e necessitano di una visione a medio-lungo termine e di una valorizzazione delle identità e delle vocazioni dei singoli territori», sottolinea Fornarola.
Anche l’analisi di Donato Di Marcorberardino, primo cittadino di Penne dal 2006 al 2011, è in linea con quella di Fornarola. «Il problema dello spopolamento riguarda tutte le aree interne. Penne vive un momento particolarmente difficile dovuto alla crisi della Brioni e alla situazione dell’ospedale San Massimo. Fino a un decina di anni fa a Penne venivano a stabilirsi i cittadini dei comuni montani limitrofi, cosa che non avviene più. Il calo delle nascite è dovuto anche a una situazione di precarietà di lavoro dei nostri giovani. Occorre una politica di rilancio e di attenzione verso le aree interne. Penne ha bisogno di salvaguardare i servizi sanitari e scolastici in primo luogo».
«Lo spopolamento delle aree interne è un grave problema nazionale», sottolinea Rocco D’Alfonso, sindaco di Penne dal 2011 al 2016. «È dovuto in gran parte alle minori opportunità di lavoro e alla carenza di servizi che caratterizzano le aree interne. Come sindaco di Penne ho dato grande importanza al mantenimento di importanti servizi come l’ufficio del Giudice di pace, l'Uta e la sede locale dell'Inps. È necessaria la difesa dei servizi, la conservazione dei posti di lavoro esistenti e la creazione di nuove opportunità occupazionali», conclude.
«Non c'è dubbio che sia in atto, da anni, lo spopolamento dei centri delle aree interne per l'assenza di occupazione, servizi e infrastrutture», sottolinea il sindaco in carica Mario Semproni. «Nel caso di Penne siamo stati definiti “maglia nera”, ma bisogna fare un’analisi più approfondita: tra il 2014 e 2019 abbiamo avuto circa 200 cittadini tra extracomunitari, comunitari e residenti irreperibili, molti dei quali braccianti agricoli, badanti e operai, che hanno acquisito la residenza e poco tempo dopo si sono trasferiti in altri Comuni o si sono iscritti nelle liste dell’Aire. È preoccupante il calo delle nascite: a fronte di 120 decessi in media l'anno, abbiamo solo in media 80 nascite ogni anno. La forbice è negativa e questo pesa sul dato finale. Occorre invertire la rotta», conclude Mario Semproni.
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