Pensioni, assegno di garanzia per i giovani a basso reddito

Il capitolo pensioni è in continua evoluzione, ma il momento forse più importante per la riforma, quello che riguarda i giovani, arriverà mercoledì sul tavolo del confronto tra il ministero del...
Il capitolo pensioni è in continua evoluzione, ma il momento forse più importante per la riforma, quello che riguarda i giovani, arriverà mercoledì sul tavolo del confronto tra il ministero del Lavoro e i sindacati. Dopo l’incontro del 26 giugno sugli esodi incentivati, il negoziato proseguirà il 18 luglio sulla flessibilità, il 5 settembre su Opzione donna e il 18 settembre sulla previdenza complementare. Il tutto in vista della legge di Bilancio 2024, anche perché alcune decisioni sono obbligate, visto che il 31 dicembre scadranno Quota 103, la stessa Opzione donna e l’Ape sociale, tutti canali che consentono a determinate categorie di andare in pensione prima dei normali requisiti: 67 anni per la pensione di vecchiaia o 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) per quella anticipata.
l’assegno basso ai giovani
Quelli che guadagnano 20 mila euro sono il tema al centro del confronto sulla previdenza. Infatti, per chi oggi è un giovane lavoratore c’è il tema della «pensione di garanzia», per evitare che i tanti precari abbiano in futuro una pensione da fame. Che questo rischio sia reale lo ha recentemente confermato la Corte dei conti nel Rapporto 2023 sul coordinamento della finanza pubblica. Nel testo è contenuto un approfondimento sulla posizione dei lavoratori quarantenni, ai quali si applica integralmente il calcolo contributivo della pensione introdotto con la riforma Dini (varata nel 1995 e entrata in vigore nel 1996). Dal database dell’Inps, dove sono registrati tutti i contributi versati, è stato estratto un campione di 56 mila lavoratori, «rappresentativi di una popolazione di quarantenni assicurati pari a 486 mila». Il campione è stato suddiviso in 11 «figure tipo», dai dipendenti privati, agli autonomi, dai coltivatori ai commercianti, dai dipendenti pubblici ai parasubordinati. Il 28% dei giovani ha una retribuzione lorda sotto 20 mila euro annui.
Come sarà la pensione
e chi avrà l’assegno più basso
Risulta che accanto a situazioni solide, come quelle del comparto sanitario e delle forze armate, «accomunati da retribuzioni medie che si collocano molto al di sopra» delle altre categorie e che quindi hanno consentito di accumulare montanti elevati (la mediana è di circa 235 mila euro per i militari e di 178 mila per i sanitari), «per tutte le altre tipologie di lavoratori considerate, la consistenza degli “zaini” previdenziali (il montante appunto) appare relativamente modesta e non supera i 100 mila euro in 6 casi su 11». Le posizioni peggiori tra i coltivatori diretti, che «mostrano retribuzioni medie comprese tra 11 e 12 mila euro nel 50% dei casi», con un valore mediano del montante accumulato di appena 66 mila euro. «Particolarmente fragile» anche la situazione dei parasubordinati (54 mila euro) e di chi oggi risulta disoccupato (74 mila euro). Tra i dipendenti privati forte lo svantaggio delle lavoratrici, con un importo mediano accumulato finora di 117 mila euro contro i 138 mila degli uomini.
Cosa fare dopo l’addio
al retributivo
e all’integrazione al minimo
Il sistema retributivo, col quale sono state liquidate le vecchie pensioni, prevedeva l’«integrazione al minimo: in pratica, per coloro che avevano un montante leggero interveniva lo Stato integrando appunto l’importo della pensione fino a un livello minimo (che l’ultima manovra ha aumentato a circa 572 euro al mese, 600 per gli over 75). Nel sistema contributivo l’integrazione non c’è più e il lavoratore prenderà esattamente quanto maturato. Chi avrà fatto una carriera discontinua con molti periodi di precariato rischia di maturare pensioni irrisorie.
Le richieste dei sindacati
Di qui la richiesta dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, della «creazione di una pensione contributiva di garanzia, collegata ed eventualmente graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi versati, che consideri e valorizzi anche periodi di disoccupazione, formazione e basse retribuzioni per poter assicurare a tutti un assegno pensionistico dignitoso, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale».

