Pensioni, proroga al 2021 per Opzione donna e Ape

17 Settembre 2020

Dal primo confronto tra ministro e sindacati spuntano le novità per la riforma

PESCARA. La conferma di Quota 100, facilitazioni per l’uscita delle donne dal mondo del lavoro, la proroga dell’Ape, ipotetiche Quote 102 e 41 (per lavoratori precoci). Il confronto sulla riforma vera e propria del sistema pensionistico non è ancora partito (è in agenda venerdì 25 settembre) ma da ieri sono state gettate le basi per definire un altro capitolo fondamentale per il futuro del Paese. In vista della prossima legge di Bilancio al tavolo tecnico la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, «si è impegnata a prorogare l’Ape sociale con un ampliamento della platea dei beneficiari e a prorogare Opzione donna», hanno riferito i sindacati al termine dell’incontro di ieri. E ha aperto sulla possibilità di «allargare l’accesso alla pensione con 41 anni di contributi ai lavoratori fragili», come ai precoci (ovvero a prescindere dall’età anagrafica). Su Quota 100 (la possibilità di pensione a 62 anni con 38 di contributi) la ministra ha invece confermato che «non verrà toccata» fino alla sua scadenza naturale, ovvero il 31 dicembre 2021 «né verranno introdotti meccanismi penalizzanti». Poi si vedrà. Ma andiamo con ordine.
QUOTA 10O RESTA
MA DAL 2022 QUOTA 102?
Con la fine del triennio di sperimentazione legato a Quota 100 potrebbe essere introdotta una nuova misura. La data possibile sarebbe il 2022. Si tratterebbe di una specie di Quota 102. Un’uscita cioè dal mondo del lavoro a 64 anni di età anagrafica e 38 di contributi, con una riduzione dell’importo in rapporto agli anni di contribuzione in meno rispetto all’uscita tradizionale.
PENSIONATI PRECOCI
E APE SOCIALE
La piattaforma dei sindacati chiede la proroga dell’Ape sociale 2021, estendendone la platea alle attività cosiddette gravose o usuranti e a quei lavori che per loro natura sono maggiormente esposti al rischio del contagio da Covid. Quest’ultimi potranno andare in pensione prima, nel 2021 – a 63 anni con 30 o 36 anni di contributi oppure a 41 anni, se precoci – chiedendo l’Ape sociale prorogata di un anno, a tutto il 2021. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto però di fare “un tagliando” all’Ape sociale, l’indennità ponte a carico dello Stato che consente ad alcune categorie di lavoratori – senza lavoro, invalidi al 74%, precoci, care-givers – di anticipare la pensione, fino al raggiungimento dei requisiti per l’uscita di vecchiaia o anzianità. Il meccanismo non ha sempre funzionato bene, dal 2017 a oggi. Lasciando ad esempio fuori i disoccupati di lunga durata o quelli che non hanno diritto alla Naspi. Ecco dunque la proposta: allargare il bacino dei beneficiari. Fino a ricomprendervi una nuova categoria, emersa con prepotenza nei mesi della pandemia: quella dei lavoratori fragili a rischio Covid. Ovvero quanti – seppur non invalidi al 74% – soffrono di patologie (tumori, immunodeficienze, malattie cardiovascolari e altro) tali da essere potenzialmente esposti alle conseguenze peggiori, se infettati da Sars-Cov-2. Rimangono tutti gli altri requisiti: almeno 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi a secondo dei casi. Oppure i 41 anni per i lavoratori precoci che hanno iniziato da minorenni (devono avere almeno 1 anno di contributi prima dei 19 anni). I dettagli – platea e costi della misura – saranno studiati da 4 tavoli tecnici ministero-sindacati convocati per i prossimi giorni. L’obiettivo è quello di aprire l’ombrello dell’Ape sociale anche sui lavoratori fragili e i disoccupati privi di Naspi. Di assicurare a chi ha iniziato a lavorare molto presto – i cosiddetti precoci – un’uscita con 41 anni di contributi e un assegno non troppo basso. Ma anche di ritoccare la normativa dei contratti di espansione, estendendoli anche alle aziende sotto i 1.000 dipendenti. Uno strumento in più per tamponare lo tsunami occupazionale, quando a fine anno scadrà lo stop ai licenziamenti. La revisione di questa normativa andrebbe inquadrata anche in chiave di ricambio o staffetta generazionale: si anticipa la pensione dei lavoratori, previo accordo sindacale, in cambio dell’assunzione di giovani. Per esempio 3 anni di anticipo, di cui due coperti da Naspi e uno pagato dall’azienda, magari incentivato. Questa misura ha buone probabilità di finire nella Legge di bilancio del 15 ottobre.
VERSO LA PROROGA
DI OPZIONE DONNA
Chiesta anche la proroga di Opzione donna, introdotta per la prima volta dalla Legge Maroni del 2004 e prorogata dalla Legge di bilancio 2020. La formula permette alle lavoratrici dei settori sia pubblico che privato di richiedere la pensione anticipata, attraverso un assegno calcolato esclusivamente sulla base dell’età contributiva. Con questo meccanismo, le lavoratrici possono andare in pensione anticipatamente se nel 2020, a 58 anni o nel caso delle lavoratrici autonome a 59 anni, hanno raggiunto 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2019. Nel caso ci sia la proroga, le lavoratrici nate entro il 31 dicembre 1962 e le lavoratrici autonome nate entro il 31 dicembre 1961, con almeno 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2020, potranno accedere alla pensione anticipata. La trattativa potrebbe essere anche l’occasione di risolvere la questione previdenziale dei contratti di part time verticali: questo tipo di lavoro, svolto soprattutto da donne, prevede per raggiungere la pensione che si lavori inevitabilmente molti più anni.
REVISIONE AL RIBASSO
DEGLI ASSEGNI
Dal 1° gennaio 2021 gli assegni previdenziali subiranno una lieve revisione al ribasso. Non si tratterà di una stangata, ma dal prossimo anno chi andrà in pensione vedrà comunque ridotto il proprio assegno. Questo perché sono stati modificati i coefficienti di trasformazione del montante contributivo per il biennio 2021/2022.
COM’È L’ATTUALE
SISTEMA
Dal primo gennaio 2019 la pensione anticipata si acquisisce in presenza di un minimo di 42 anni e 10 mesi di contribuzione (41 anni e 10 mesi le donne). Requisito (“congelato”) non soggetto all’adeguamento demografico fino al dicembre 2026. Con Quota 100 si lascia il lavoro a 62 anni di età e 38 di contributi, ma con la “finestra”: tre mesi per il settore privato e sei mesi i dipendenti pubblici. L’età pensionabile di Quota 100 (62 anni) non viene adeguata all’aumento delle speranze di vita ciclicamente aggiornate dall’Istat. Chi aderisce non subisce alcuna penalizzazione nel calcolo della rendita.