Pepe: dobbiamo puntare sugli under 40

29 Aprile 2018

L’assessore regionale è per il ricambio generazionale: oggi i coltivatori hanno un’età media di 64 anni

PESCARA. L’assessore regionale all’Agricoltura, Dino Pepe, ha convocato il tavolo verde per giovedì 3 maggio.
Quali soluzioni proporrà?
«Noi lo convochiamo regolarmente una volta al mese, è un tavolo di confronto tra la Regione e le 4 organizzazioni (Coldiretti, Cia, Confagricoltura e Copagri ndr). Portiamo all’ordine del giorno tutti i temi relativi alla politica agricola regionale. Il prossimo incontro arriva dopo quello di mercoledì per una bilaterale Abruzzo-Agea sui temi che riguardano soprattutto i pagamenti in agricoltura (pagamenti che avvengono appunto attraverso l’agenzia nazionale Agea)».
La Coldiretti parla del ritorno dei giovani verso l’agricotura. Lei che idea si è fatto?
«Il tema dei giovani ci coinvolge molto poiché una delle strategie fondamentali della nuova programmazione comunitaria e soprattutto regionale è quella del ricambio generazionale. In Abruzzo abbiamo 66mila imprese agricole e i nostri agricoltori hanno in media 64 anni di età. L’agricoltura ha bisogno di ricerca, innovazione, nuove energie e dobbiamo promuovere con forza i nuovi, gli under 40, che vogliono accedere alle opportunità del Piano di sviluppo rurale».
Come sarà possibile?
«Complessivamente, nel Psr è prevista una dotazione di 48 milioni di euro per i giovani. A oggi abbiamo già pubblicato due bandi riservati ai giovani. Per il primo, con una dotazione di 21 milioni di euro, sono arrivate 780 richieste, di cui 240 finanziate che hanno avuto già la concessione. Per il secondo bando, che vale 13 milioni di euro, sono arrivate 380 domande, e 170 sono quelle da finanziare. È prevista una premialità per i giovani del cratere sismico».
C’è qualche altro bando in vista?
«Il prossimo che pubblicheremo avrà una dotazione di 14 milioni di euro e sarà strutturato sempre a pacchetto, con il premio, e in più con una misura relativa alla formazione o consulenza. Noi dobbiamo accogliere nella comunità agricola regionale i tanti giovani che studiano nelle facoltà di Agraria, di Veterinaria, negli istituti tecnici agrari. Si sta registrando un vero boom di iscritti. Per questo i fondi sono destinati ad accogliere questi giovani».
Quali sono le coltivazioni più adatte per l’Abruzzo? Lei cosa consiglierebbe a un giovane?
«Di avere un’idea originale, i nostri agricoltori devono essere sempre più multifunzionali, sviluppare le colture, ma senza trascurare le altre attività. A un giovane consiglio di studiare le caratteristiche morfologiche del terreno e capire quali le condizioni migliori. Per esempio, nel campo del vino, tante aziende della costa – Pasetti, Cataldi Madonna, Marina Cvetic – si stanno spostando nelle aree interne perché a determinate altitudini, circa 400 metri, i microclimi garantiscono caratteristiche ideali. Molte aziende, poi, si muovono all’interno dei Parchi per promuovere i prodotti con un marchio più incisivo. Più mercato significa avere rispetto del sacrificio degli agricoltori».
I rapporti con le banche per i prestiti sono sempre complessi, come muoversi?
«Il credito è una vicenda critica. Come la burocrazia che arriva da Bruxelles, passa a Roma e poi in Abruzzo. Fermo restando che il merito creditizio è individuale, noi abbiamo strutturato una serie di rapporti con l’associazione bancaria regionale affinché le banche nazionali abbiano un’attenzione particolare verso il settore primario, tradizionalmente sano. Il tema non è tanto quello dei tassi, ma di accesso al credito».
Il rapporto tra l’agricoltura e la ricettività, attraverso agriturismo, può diventare un’opportunità di lavoro?
«Il futuro dell’Abruzzo è legato al turismo e all’agricoltura, il settore agricolo può dare tanto alla nostra regione e l’abbiamo visto con l’ultimo Vinitaly. Cento cantine hanno raccontato al mondo le bellezze dell’Abruzzo e lo hanno fatto attraverso il vino con risultati notevoli perché noi abbiamo avuto nell’ultimo anno un aumento del 13% di esportazione rispetto a una media nazionale del 6%. Lo stesso possiamo fare anche con l’olio che sta dando risultati importanti, con i prodotti della zootecnia, con i prodotti orticoli. Non immaginate che successo abbia avuto a Verona lo stand della patata Igp del Fucino».
Quale la ricetta da seguire?
«I temi su cui concentrarsi sono il ricambio generale, l’aggregazione (consorzi, rete di imprese) – perché da soli non si va da nessuna parte – la strutturazione delle filiere e la certificazione dei prodotti. I prodotti “sfusi” non hanno praticamente mercato. Noi abbiamo bisogno di Dop, Igp e quant’altro. Ultima notazione a Mauro Febbo sui fondi europei. In 4 anni non abbiamo mai restituito un centesimo a Bruxelles. L’anno in cui abbiamo rischiato di più è stato il 2014, quello del mio insediamento. Non dico altro».(d.r.)
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