«Per diminuire i contagi seguite il modello Wuhan»

L’abruzzese Di Mascio: più rigore nelle quarantene, solo così se ne esce
«L'Abruzzo deve fare come Wuhan. Seguire il modello di quarantena centralizzata, con spazi dove restare anche fuori dalle proprie case, dai canali di trasmissione sociale, per qualche settimana». Il messaggio arriva direttamente da Washington dove Michele Di Mascio, 50 anni, abruzzese di origine, ricercatore dell'Istituto superiore di sanità (Nhi), vive e lavora.
Di Mascio, sulla base degli ultimi studi di Harvard, spiega come siano riusciti ad abbassare l'incidenza del coronavirus in Cina e l'andamento del virus in Italia. La parola d'ordine è isolamento.
Gli studi di Harvard quali andamenti delineano sui focolai a rischio infezioni?
«È stata presentata ad Harvard l’analisi statistica su un campione di 26mila contagi nella città di Wuhan, l’epicentro dell’epidemia. Dai dati sulle incidenze, ovvero il numero di nuovi contagiati al giorno, abbiamo appreso che, dall’inizio della quarantena, in tutta la Cina sono trascorsi dodici giorni prima di osservare un abbassamento della curva delle incidenze. Auspico un esito simile, invocando un parallelismo dinamico. Ma, mettendo una lente di ingrandimento sulla città di Wuhan, possiamo osservare meglio gli effetti delle disposizioni emesse dai vari governi. La professoressa Xihong Lin, del Dipartimento di Statistica di Harvard University, ha illustrato alcuni dettagli di quelle cause. Nello specifico ha spiegato che, quando le incidenze avevano raggiunto i mille nuovi contagi al giorno, hanno cominciato la quarantena “fai da te”, seguendo criteri simili a quelli che l’Italia sta mettendo in atto adesso. In quei giorni si è rilevato un R-naught, che fornisce dettagli sul numero medio di persone infettate da ogni persona positiva al Covid-19, pari quasi a 4».
Come sono riusciti a Wuhan ad abbassare la percentuale di incidenze?
«Utilizzando spazi per consentire di svolgere il periodo di quarantena fuori dalle proprie case, seguendo un modello chiamato quarantena centralizzata. Un luogo molto confortevole, se ben disegnato da chi ha competenze. In certe regioni, come l’Abruzzo, con poche decine di casi, si potrebbe fare. Occorre star fuori dai canali di trasmissione sociale, per qualche settimana o, comunque, cercare di approssimare quel tipo di modello. Senza misure più restrittive, le incidenze non solo non sarebbero andate giù in Cina, ma sarebbero addirittura raddoppiate nel giro di un mese».
Che tipo di modello ricalca questa quarantena?
«I modelli di quarantena centralizzata servono ad ospitare quattro tipi di persone: i positivi al coronavirus, quelli con sintomi, ma senza febbre, chi non presenta febbre e coloro che sono stati a stretto contatto con i positivi o con chi presenta sintomi. Se un soggetto in quarantena diventa positivo, viene spostato nella struttura riservata ai malati di coronavirus. Se le sue condizioni di salute si aggravano, viene trasferito in ospedale».
Come analizza il quadro della diffusione del coronavirus in Italia?
«La sensazione profonda è che i numeri, in Italia, che stanno allarmando di più che in altri Paesi, non siano diversi dalle dinamiche di diffusione del virus altrove. Quello che osserviamo è un aumento di incidenze, ma non sono i nuovi contagiati. Si tratta, piuttosto, delle incidenze dei contagiati che manifestano sintomi. In una popolazione come quella italiana, con una percentuale relativa di over 60, circa il doppio che in Corea del Sud o in Cina, questi tassi “apparenti” non possono che essere più marcati. Credo sia questo il motivo per cui il tempo di raddoppiamento del numero di casi confermati in Italia è più breve, quasi la metà, di quello pubblicato dai matematici cinesi a gennaio in Cina».
Nel suo blog “emailmetoo.com” quali messaggi vengono veicolati?
«Il blog nasce con un obiettivo completamente diverso da quello con cui lo sto utilizzando in questi giorni: quello di parlare degli attributi minimi che il dialogo tra pubblici ufficiali, ovvero gli impiegati di un’agenzia che riceve fondi pubblici per raggiungere una certa mission, dovrebbe avere in ogni momento del quotidiano lavorativo che si svolge all’interno delle mura di un ufficio pubblico. Con l'emergenza coronavirus, ho sentito il bisogno di comunicare con i miei amici in Italia e nel mondo. È diventato, così, un taccuino di appunti per comunicare la mia lettura del problema. Cerco di spiegare, con termini semplici, alcune terminologie o concetti di biologia. Non sono un esperto di coronavirus, mi occupo di ricerca sull’Aids, per cui il mio punto di vista si fonda esclusivamente su ciò che traggo dai dati presentati o pubblicati da esperti nel settore e di dominio pubblico. Credo che i ricercatori abbiano un ruolo importante in questa fase. Come gli altri cittadini, ricevono le informazioni prodotte dalla comunità scientifica attraverso le pubblicazioni, le conferenze, le news di dominio pubblico, ma possono utilizzare la propria esperienza nella ricerca, anche se in campi diversi, per creare un filtro, semplicemente fornendo il proprio punto di vista».
A suo avviso l'emergenza durerà ancora molto?
«Credo di sì. Ritengo che nelle prossime due settimane sapremo se stiamo procedendo nella direzione giusta o se occorre mettere in piedi qualcosa di simile a quello che hanno fatto in Cina con la quarantena centralizzata. I modelli matematici non parlano di controllo spontaneo dell’epidemia. Risolvere l’epidemia in un singolo paese oggi, azzerando i nuovi tassi di contagio, non darebbe alcuna garanzia sul rischio di un ritorno del virus, se questo restasse attivo in altri Paesi. Sarebbe necessaria un’azione pianificata internazionale. Ho trovato molto strano osservare andamenti così diversi per i tassi di mortalità nei vari Paesi, o per la distribuzione dei test diagnostici. Potrebbe essere utile sentire il punto di vista di esperti di biotecnologie e Ceo delle BioFarma sui motivi per cui i vari Paesi oggi, di fronte ad un' emergenza globale, avanzano con velocità così diverse con il numero di tamponi eseguiti: in Corea del Sud, ad esempio, vengono effettuati ad una velocità dieci volte superiore a quella che l’Italia è stata in grado di realizzare. È bene ricordarlo: questa doppia velocità ha un costo in termini di mortalità e diffusione del virus. Il dibattito dovrebbe essere incentrato su uno scambio globale».
Cosa sta succedendo a Washington?
«L’onda sta arrivando in pieno sulla East. I numeri stanno crescendo con la stessa dinamica con cui crescevano un paio di settimane fa in Italia, e alcune aree demografiche ad alta densità, come New York, destano qualche preoccupazione. Gli americani hanno seguito la vicenda in Italia più da vicino di quanto noi abbiamo seguito quella cinese, quindi in parte sono psicologicamente preparati, ma sperano che non occorra arrivare agli stessi livelli di restrizione dei contatti come in Italia. Negli Stati interni, si prospetta un andamento abbastanza blando dell’epidemia. Intanto, sono state chiuse le scuole, viene incoraggiato il teleworking, che non è ancora obbligatorio. La didattica online e molte attività procederanno con minori interferenze rispetto all’Italia, per via della lunga storia di utilizzo di servizi telematici negli Usa».
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