«Per salvare l’area vanno tolti i vincoli»

24 Luglio 2018

Colarossi (presidente Agronomi): le esigenze della natura non devono ledere la sicurezza dei cittadini

PESCARA. Ottomila piante e 300 perse negli ultimi 10 anni. «La pineta dannunziana è un relitto naturale. Per restituirla come parco ai cittadini, bisognerebbe far cadere il vincolo di riserva». Più che una provocazione è una speranza, quella di Matteo Colarossi, presidente dell’Odaf (Ordine dei dottori agronomi e forestali Pescara) che spiega le ragioni per le quali la pineta d’Avalos, divenuta “Riserva della pineta dannunziana” 18 anni fa per volontà di Gianni Melilla (che all’epoca presentò la proposta di legge approvata dal consiglio regionale), passata al Comune nel 2001, dovrebbe «tornare ai cittadini».
Spiega Colarossi: «La denominazione “riserva” è il peccato originale che impone vincoli che non consentono alla città di fruire al meglio dell’area verde e alle amministrazioni di intervenire liberamente. Sono assolutamente contrario al rango di riserva a cui è stata elevata la pineta. Non condivido i vincoli imposti dal piano di assetto naturalistico, che peraltro non è mai partito, come l’impossibilità persino di tagliare l’erba, oppure di creare delle fasce tagliafuoco ai confini, ovvero dei sentieri costantemente tenuti puliti dalla vegetazione per contrastare eventuali incendi. Un’operazione che secondo taluni violerebbe scorci di vegetazione, invece, a mio avviso, proteggerebbe l’intera superficie verde. Le esigenze della natura non devono ledere la sicurezza dei cittadini. Se un incendio divorasse la pineta, come già accaduto lo scorso anno, anche le abitazioni sarebbero a rischio. E non si salverebbe la fitta vegetazione dei comparti, e il 5 è quello più selvaggio, dove si nascondono topi e zecche. L’area verde va preservata, siamo d’accordo. Ma preservare non significa abbandonarla, renderla intoccabile, al punto da mettere a rischio la sicurezza dei cittadini e abbandonarla al degrado. Il parco deve essere gestito e pulito. I vincoli non sempre permettono tali operazioni».
In queste condizioni di scarsa igienicità, il polmone verde che dovrebbe essere un vanto per la città, di sicuro non può stare. Quindi? «Quindi la parola deve passare ai cittadini, facciamo cadere il vincolo di riserva». La vegetazione autoctona della pineta è costituita da circa 8000 piante (tra cui pino domestico, marittimo e pino d’aleppo, farnie, carpini bianchi, olmi, ontano nero, frassini, salici, pioppi, cisti, lentischi, allori e mirto) di cui circa 300 sono crollate o mozzate negli ultimi 10 anni. Va nel dettaglio, Colarossi: «La superficie complessiva di 53 ettari, appartenente un tempo ai d’Avalos, per secoli è stata utilizzata per produrre legname per il riscaldamento, l’edilizia e la costruzione delle navi e la trementina utile all’industria navale e conciaria. Nel corso dell’ultimo secolo la pineta ha visto vari interventi di rimboschimento che non hanno tenuto conto delle potenzialità dei suoli più umidi e aridi».
Dunque, come intervenire per salvare la pineta? Come evitare i crolli delle piante?
«Il diradamento serve ad evitare i crolli, che avvengono quando le radici sono morte oppure in conseguenza di una malattia. Se le piante sono troppo fitte, basta una pioggia per farle cadere. Nelle aree frequentate dai visitatori si dovrebbero valutare le condizioni strutturali degli alberi attraverso la valutazione di stabilità speditiva per scongiurare il pericolo a danno delle persone; un censimento degli alberi; rimuovere le specie invasive come l’ailanto; sostituire i pini domestici e marittimi, non autoctoni, con il pino d’aleppo».
L’agronomo suggerisce il «monitoraggio dello stato fitosanitario degli alberi in merito alle patologie come la grafiosi (un fungo infettante) dell’olmo e la processionaria del pino».
Infine, Colarossi dichiara la disponibilità dell’Ordine alla piena collaborazione con il Comune per fornire soluzioni tecniche migliorative. (c.co.)