Perlini e quel debutto a Pescara

7 Aprile 2017

L’attore suicida protagonista nel 1974 con il gotha dell’avanguardia teatrale

PESCARA. «A Pescara Memè Perlini ha avuto la consacrazione artistica con la prima assoluta di “Candore giallo con suono di mare”, spettacolo innovativo allestito sul molo nord del porto canale partendo dal palazzo del Quadrifoglio. Era il 1974 e Pescara ospitava il gotha dell’avanguardia teatrale, richiamato dalla rassegna internazionale di teatro sperimentale curata da Giovanni Lombardo Radice e organizzata dall’Arci». L'amarcord è di Adelchi De Collibus, in quella stagione coinvolto nella presidenza collettiva dell’Arci provinciale con, ricorda, Donato Renzetti, Giovanni Mancini, Paolo Cecamore e Gervasio Di Rico, gruppo di lavoro e di impegno col pallino della promozione culturale e la volontà di «portare a Pescara grandi cose». All'indomani della scomparsa di Perlini – attore e regista nato nel Pesarese e morto suicida per depressione, uno dei protagonisti del teatro di avanguardia italiana negli anni '70 e '80 – De Collibus tiene a ricordare il clima culturale che si respirava in città. «C'era il primo ballerino della Scala, Amedeo Amodio, direttore dell’Aterballetto; il regista Giuliano Vasilicò, l’attrice Nerina Montagnani. In quei 10 giorni di rassegna Pescara fu frequentata da compagnie d’avanguardia di Berlino, Lugano, il Collettivo Jarry di Napoli. C’erano proprio tutti, compresi i critici di settore che recensirono la rassegna su testate nazionali. Pescara faceva parlare di sè per il livello culturale che esprimeva».

Ricordare Perlini è anche ricordare il suo spettacolo a Pescara. Scrive Franco Cordelli sulle colonne del Corriere della Sera: «Il terzo spettacolo di Perlini, da Kandinsky, si intitolava Candore giallo, il più lancinante: quella ragazza seduta chissà su cosa nel mare di Pescara, e quelle ombre misteriose che la corteggiavano, la circondavano. Era la dea della presenza: ogni idea di storia, ogni idea di tempo, andava scomparendo tra le onde che tornavano a riva e di lì, sfinite, ripartivano. Artaud era dietro le quinte, che occhieggiava. Perlini e con lui tutta l’avanguardia, che fu in prevalenza romana, restituivano allo scrittore francese ciò che non gli era stato dato trent’anni prima...».

Jolanda Ferrara