Persico e la sfida da vincere «Così salvo i feti malati»

Il medico pescarese è l’unico in Italia a operare nei casi di ernia diaframmatica
PESCARA. Si chiama Nicola Persico, ha 38 anni, e nelle sue mani si racchiudono le speranze di tanti genitori.
Questo giovane chirurgo pescarese è infatti l’unico in Italia a operare i feti cercando di rimediare a un difetto che impedirebbe al bambino di sopravvivere.
Si tratta dell’ernia diaframmatica, un buco nel muscolo che separa l’addome dal torace: i visceri risalgono e comprimono i polmoni, che non si sviluppano. E alla nascita, il bambino è privo di capacità respiratoria.
Nelle forme più gravi, intervenire nel pancione della mamma è l’unica speranza. Per Persico la medicina è un’impronta di famiglia: il padre Rocco infatti è ginecologo, e lo zio Antonello chirurgo pediatra, entrambi a Pescara.
Dopo il liceo, la laurea a Bologna e il training professionale a Londra, nel King’s College Hospital, sotto la guida di un luminare del settore, Kypros Nicolaides. Poi il rientro, nella clinica Mangiagalli di Milano, dove oggi opera bambini da tutta Italia.
Dottore, perché è così importante l’intervento di ernia diaframmatica prima della nascita?
«Il feto con questa patologia ha una compressione importante dei polmoni. Ci sono forme in cui il buco del diaframma è più piccolo e noi non operiamo, ma quando il problema è grave, è l’unica chance. Non è un intervento definitivo, nel senso che non va a curare il buco nel diaframma, ma permette al bambino di sviluppare i polmoni».
Come si può intervenire sul feto?
«Si entra con un ago molto piccolo, dotato di una minuscola telecamera, all’interno della cavità amniotica. Attraverso la bocca del bambino, che è stato in precedenza sedato con una puntura nella coscia, si arriva alla trachea, collegata con i polmoni. Lì facciamo scendere un catetere dove c’è un palloncino montato alla fine, che andremo a gonfiare con l’acqua. Il palloncino funge da tappo per il liquido che normalmente nel feto viene prodotto dai polmoni. Il liquido così resta nei polmoni e li gonfia, facendoli quindi sviluppare».
E quando il bambino nasce?
«Il palloncino viene rimosso poco prima della nascita, e a quel punto si spera che il piccolo abbia ottenuto il beneficio voluto. Sono tutti casi molto delicati: il bambino va seguito in neonatologia e, dopo la sua stabilizzazione, viene operato per chiudere definitivamente il buco. Ogni tremila nascite, un bambino viene colpito da questa patologia: sono casi così critici che se non si facesse nulla, nelle forme più gravi morirebbe circa l’ottanta per cento dei piccoli. Facendo questo intervento, ne sopravvive la metà».
Come e quando ci si accorge che il feto è affetto da questa malattia?
«E’ una patologia che si vede con l’ecografia in gravidanza, intorno al quinto mese».
La chirurgia in utero viene effettuata anche nel caso di gemelli attaccati a un’unica placenta?
«Sì, accade ogni 500 gravidanze, nel caso di gemelli monocoriali. I vasi sanguigni si intrecciano nella parte della placenta condivisa: uno dei gemelli riceve troppo sangue, l’altro troppo poco. Qui non si interviene sui feti, ma sulla placenta. Con una fibra laser molto sottile vengono bruciati i vasi sanguigni, interrompendo il passaggio di sangue da una parte all’altra. Tutto avviene sulla superficie della placenta, dopo aver praticato un foro di tre millimetri nella pancia della mamma. Con questo intervento, nel cinquanta per cento dei casi si salvano entrambi i bambini; nel trenta per cento uno solo; nel venti per cento nessuno dei due. Ma senza intervento, nell’ottanta o novanta per cento dei casi morirebbero entrambi o potrebbero avere grossi danni a livello cerebrale».
Queste famiglie affrontano momenti difficili, c’è da immaginare che si stabilisca tra di voi un profondo rapporto di fiducia.
«Ti trovi davanti persone che fino al giorno prima pensavano che andasse tutto bene e ricevono uno choc pazzesco. Da una parte c’è la condivisione della felicità quando va tutto bene, dall’altra la condivisione della sofferenza. Sento quasi un senso di fallimento. In ogni caso, a prescindere da come vada, rimango in contatto con queste persone. E poi fortunatamente ci sono associazioni di famiglie di bambini con ernia diaframmatica, come Fabed, dove persone con questa esperienza si mettono a disposizione di altre famiglie».
Lei ha svolto il suo training professionale in Inghilterra: che cosa c’è di diverso e come si può migliorare?
«In Inghilterra ci si prende cura delle pazienti sul lungo termine. E poi c’è una conoscenza più diffusa delle possibili soluzioni. Anche la tendenza molto facile di liberarsi del problema attraverso l’aborto, che fino a poco tempo fa era la regola, oggi si può superare. Purtroppo, dal lato medico non c’è abbastanza conoscenza sull’intero territorio nazionale italiano: qualunque ginecologo che si occupi di diagnosi prenatale, queste cose le deve sapere. La stessa cosa vale per i gemelli monocoriali: se si lascia passare troppo tempo, può essere che li perdi tutti e due».
Pensa che rientrerà prima o poi in Abruzzo?
«Il mio tipo di impostazione viene da questa regione, grazie a mio padre Rocco e a mio zio Antonello, che hanno avuto una curiosità e una propensione culturale che mi ha formato. Purtroppo, mi sono reso conto che dovevo andare via. Prima l’università a Bologna, poi il training a Londra. Per fare cose di questo tipo, hai bisogno di strutture che ti garantiscano una terapia intensiva neonatale con una grossa esperienza nell’ambito del trattamento di queste patologie».
Tra le sue passioni c’è la musica.
«Strimpello al pianoforte. Con mio zio Antonello avevamo iniziato a organizzare dei concerti di beneficenza che adesso lui continua. Fui io a doverlo convincere e a farlo entrare nella mia band di amici, Gli Arbor. Ora va alla grande».
Il suo è un lavoro impegnativo, la vita privata ne risente?
«Il rovescio della medaglia è proprio il sacrificio della vita privata, ma gli obiettivi sono talmente importanti che non mi pesa. D’estate poi ritrovo gli affetti e gli amici a Pescara. E non solo, della mia città amo anche il mare e gli arrosticini!».
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