Pescara, al via il processo civile contro la giornalista Mandara

Il governatore D'Alfonso le ha chiesto un risarcimento di 150 mila euro per gli articoli pubblicati sul blog "Maperò". Ordine dei giornalisti, Federazione della stampa e Sindacato abruzzese si schierano contro il «tentativo di intimidazione»
PESCARA. Sì è conclusa con un rinvio al 26 maggio, per l'ammissione delle prove, la prima udienza della causa civile intentata dal presidente della giunta regionale, Luciano D'Alfonso, al tribunale di Pescara, contro la giornalista Lilli Mandara, per gli articoli e i commenti pubblicati sul suo blog "Maperò". Presente in aula Lilli Mandara, ex giornalista del Messaggero e ufficio stampa del Consorzio acquedottistico Aca, a sostegno della quale si sono presentati in tribunale il presidente regionale dell'Ordine dei giornalisti Stefano Pallotta, il membro della giunta esecutiva della Fnsi Ezio Cerasi, , il segretario del Sindacato Giornalisti Abruzzesi Paolo Durante, l'esponente di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo, e una ventina di giornalisti e cittadini. Assente il presidente della Regione, che ha chiesto a Mandara un risarcimento di 150mila euro. Nel mirino del governatore circa 30 articoli, e in particolare quelli che vertono sui casi "Maltauro" e "La City" e sugli incarichi in Regione, che nell'insieme - a giudizio di D'Alfonso - rappresenterebbero «una continuata aggressione e una campagna stampa di natura irridente e derisoria, nonché denigratoria e diffamatoria». Secondo l'avvocato Lamberto Di Pentima, che assiste Mandara, «gli articoli non hanno carattere diffamatorio e la giornalista ha legittimamente espresso un diritto di critica, esercitato anche attraverso commenti talvolta pungenti, ma pienamente legittimi. Non sta a me deciderlo - ha aggiunto Di Pentima - ma si potrebbe anche ipotizzare un caso di lite temeraria». L'avvocato di D'Alfonso, Mario Briolini, ribatte che «il suo assistito contesta la continuità giornaliera con la quale Mandara lo ha ossessivamente attaccato. Il presidente - prosegue - Briolini - non disconosce il diritto di critica, ma ritiene che questo non si possa estendere fino a ledere l'immagine e la reputazione delle persone».
«Quando i giornalisti esercitano fino in fondo il loro ruolo di critica, c'è sempre un'incomprensibile reazione infastidita della politica e delle istituzioni, evidentemente non abituate a ricevere stimoli critici». Così Stefano Pallotta, presidente dell'Ordine dei giornalisti abruzzesi, questa mattina in tribunale a Pescara, a margine della causa civile intentata dal governatore Luciano D'Alfonso contro la giornalista Lilli Mandara. La giornalista, al centro della richiesta di risarcimento da 150mila euro, afferma di avere «sempre scritto sulla base di documenti e di elementi circostanziati. Questo - rimarca Mandara - è il mio mestiere». Ezio Cerasi, componente della giunta esecutiva della Fnsi, rileva che «è un fatto di civiltà e un dovere per cittadini e giornalisti schierarsi dalla parte della libertà di stampa, prendendo spunto dal caso di Lilli Mandara, al centro di una richiesta temeraria e intimidatoria. Visto che il governatore ipotizza il reato di diffamazione - aggiunge Cerasi - la cosa più naturale sarebbe stata il ricorso a un'azione penale, mentre la scelta di un'azione civile ha tutto il sapore di un'intimidazione». Paolo Durante, segretario del Sindacato giornalisti abruzzesi, osserva che «è un difetto di molti politici quello di ricorrere ai tribunali in presenza dell'esercizio del diritto di critica. Intentare una causa civile significa aggredire il patrimonio - continua Durante - e questo nel caso di Mandara, non protetta da un contesto editoriale in grado di sostenerla, assume i connotati di una intimidazione». A sostegno di Mandara anche Maurizio Acerbo, esponente di Rifondazione Comunista. «Quella di D'Alfonso è una pura e ingiustificabile intimidazione - dice Acerbo - peraltro non rivolta contro una singola persona, ma contro chiunque osi esprimere giudizi critici nei confronti del governatore».

