PESCARA

Pescara. Gli schiavi delle consegne. Rider a 50 anni: la nostra vita scandita da ordini e notifiche

19 Marzo 2026

A Pescara, la città con la concentrazione più alta d’Abruzzo, ci sono cento fattorini. Questa sera alle ore 23 su Rete 8 lo speciale di “31 Minuti”

PESCARA

A Pescara, la città d’Abruzzo con la più alta concentrazione, di rider ce ne sono almeno un centinaio: tanti sono migranti, soprattutto giovani; altri sono cinquantenni che avevano perso il lavoro precedente e, adesso, per loro, portare il cibo a domicilio è l’ultima occasione di rimettersi in gioco. Li vediamo tutti: i rider sono lì, in mezzo alla strada ad aspettare la notifica di un ordine da accettare in un minuto e poi partono: vengono pagati 3 euro a consegna e fanno turni lunghissimi per mettere insieme uno stipendio

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Si chiama “Gli schiavi delle consegne” un’altra puntata di “31 minuti”, il settimanale di approfondimento di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle ore 23 (video e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino, ottimizzazione di Antonio D’Ottavio).

Questa professione è nata sei anni fa, durante i mesi della pandemia del Covid, per la doppia esigenza di abbattere i contatti e i contagi e tenere in vita la filiera della ristorazione; poi piano piano è diventato un lavoro strutturato governato da un algoritmo invisibile. Dal punto di vista dei contratti, questo settore è ancora una giungla perché i rider lavorano senza alcuna tutela: sono imprenditori di loro stessi, lavoratori autonomi senza alcun diritto – niente ferie, niente malattia, niente permessi – collegati a un’app che detta il loro ritmo di vita, quando va bene per mille euro al mese. Senza sosta, di giorno e di notte, con il caldo e con il freddo, sotto la pioggia e anche sotto la neve: i rider non si fermano mai per portare nelle nostre case panini, pizze e addirittura la spesa.

Lungo le strade, tra i pericoli del traffico e i tempi dettati dall’algoritmo, si incrociano le vite di chi il lavoro di rider non l’ha scelto per vocazione, ma per sopravvivenza. Oltre ai giovani, ci sono uomini come Andrea ed Emiliano, che superati i cinquant’anni si ritrovano a pedalare per chilometri, in equilibrio tra la precarietà del presente e un mercato del lavoro che sembra averli dimenticati.

Andrea ha 54 anni e una vita precedente come videomaker. Poi, la chiusura della partita Iva e la necessità di trovare qualcosa di «più sicuro», o almeno di più immediato, lo hanno spinto sulla strada. Conosceva il mondo delle consegne dai giornali, finché un giorno ha deciso di provare. E oggi la sua giornata è scandita dalla posizione gps: «Se stai vicino a un ristorante che ha molti ordini, hai più chance», spiega. Ma è un gioco al ribasso: la piattaforma premia la vicinanza perché costa meno in termini di chilometri pagati al lavoratore. Se nessuno accetta, l’ordine finisce «all’asta»: «Se tu non ci vuoi andare, dopo un po’ glielo propongono a un centesimo in più». Ma rifiutare troppo è pericoloso: il sistema punisce i rider che dicono no lasciandoli in attesa, invisibili e senza chiamate. È la regola spietata dell'algoritmo: comanda lui. Si chiama shadow banning: la piattaforma smette di inviarti ordini, lasciandoti online ma di fatto disoccupato, una forma di pressione psicologica che costringe i lavoratori all’accettazione passiva. «Ti lasciano aspettare lì e accade che gli ordini non te li danno più», racconta Andrea. «Si vive bene? Dipende dai periodi», confessa, «si lavora davvero solo quando è festa». Il venerdì, il sabato e la domenica si pedala forte per rispondere a quanti più ordini possibili.

Un’inchiesta della procura di Milano ha svelato quello che era già sotto gli occhi di tutti: in Italia ci sono 40mila rider sfruttati e sottopagati. Secondo l’indagine, le paghe dei rider sono «non conformi» ai parametri del contratto collettivo nazionale, né al «salario minimo costituzionale». E poi lo spaccato descritto dalla procura milanese è quello di stranieri che vivono «in case condivise con connazionali» nelle quali prendono in affitto «il mero posto letto» e che non hanno «alternative lavorative». Anche perché, dice l’accusa, devono «rimanere connessi» all’app per «gran parte della giornata» e «a disposizione del committente per le consegne». Modalità che «impediscono» loro di «svolgere altri lavori».

Altra storia è quella di Emiliano, 51 anni. Per lui, il box termico sulle spalle è l’unica alternativa alla disoccupazione: «Non posso fare un altro lavoro», dice. La sua è una scelta obbligata dalla famiglia da mantenere: deve prendersi cura della figlia di 8 anni e solo la libertà (apparente) della piattaforma gli permette di incastrare i turni con le necessità della bambina. Emiliano percorre sulla sua bicicletta tra i 40 e i 50 chilometri al giorno: ha scelto la bici perché è più economica dello scooter, ma ogni sera arriva il conto sotto forma di dolori alla schiena e alla cervicale. «La sera, quando vado a casa, sono finito: a una certa età non ce la fai più», ammette. Eppure, tornare indietro sembra impossibile. Nonostante un passato come manovale, oggi le porte dei cantieri per lui sono sbarrate: «Appena passi i cinquant’anni non sei più idoneo, non ti guardano neanche in faccia». Tra la stanchezza fisica e l’incertezza del domani, resta la consapevolezza di essere ingranaggi di un sistema che corre veloce, mentre loro cercano solo di non restare indietro. «Cosa non va? Non va niente», conclude Emiliano prima di rimettersi in marcia perché è appena arrivata una notifica: ha un minuto di tempo per accettare e poi, prima possibile, deve raggiungere una pizzeria. «Cosa vuoi che vada? Se io mi metto online dalle 10, oggi ho fatto solo 10 euro».

Per tanti, i rider sono soltanto dei fantasmi. Non è così per Francesco Carrella, sindacalista della Cgil: lui conosce i rider più di tutti e ogni sera va a incontrarli per informarli che, oltre al dovere di correre da un fast food a una casa, hanno anche dei diritti. E dagli stipendi troppo bassi, Carrella finisce a parlare anche di tutt’altro: «Di permessi di soggiorno, di una casa che invece è soltanto un letto e di quello che succede nei loro paesi lontani».