Pescaraporto: altra assoluzione per D’Alfonso, Milia e gli altri

9 Giugno 2020

La Corte d’Appello conferma la sentenza di primo grado respingendo il ricorso della Procura Le accuse per gli imputati erano falso e abuso di ufficio per la variazione d’uso del complesso edilizio 

PESCARA. I giudici della Corte d'Appello dell’Aquila confermano l’assoluzione piena disposta con il rito abbreviato nel luglio dello scorso anno dal gup di Pescara, Gianluca Sarandrea, per i protagonisti della tormentata vicenda di Pescaraporto.
Tutti assolti anche in secondo grado, dunque: si tratta dell’ex governatore Luciano D'Alfonso, del dirigente del Genio Civile Vittorio Di Biase, dell’avvocato Giuliano Milia, dell’attuale capo di gabinetto del Comune di Pescara, Guido Dezio, e dell'ex segretario della presidenza regionale, Claudio Ruffini.
Un’assoluzione in primo grado che non era stata digerita dalla procura e in particolare dal numero uno, Massimiliano Serpi, che aveva proposto appello.
Diciamo subito che la vicenda, per la quale gli imputati dovevano rispondere di falso e abuso d’ufficio, ruotava attorno a una contestata variazione di destinazione d’uso del complesso edilizio che doveva nascere lungo la riviera sud di Pescara Porta Nuova, presentata dalla società di cui facevano parte, fra gli altri, anche i figli dell’avvocato Milia.
Al centro del processo un documento firmato da Di Biase che avrebbe, secondo l’accusa, cambiato la sua iniziale valutazione negativa riferita al presunto rischio idraulico della zona interessata, capovolgendo poi il suo orientamento dietro la spinta, come sostenne la procura, di D'Alfonso. Un teorema accusatorio che era stato però smontato dal giudice di primo grado, partendo proprio dall’elemento principale in base al quale sarebbe stata costruita l’indagine: una intercettazione sulla utenza telefonica di Ruffini, ascoltata dalla procura aquilana in relazione a un altro distinto procedimento che aveva una ipotesi di reato piuttosto pesante come quella di corruzione (dalla quale poi scaturì lo stralcio pescarese).
Intercettazioni che il giudice Sarandrea ritenne affette da «inutilizzabilità patologica», in quanto per un reato come quello all’attenzione della procura di Pescara, non sarebbero mai state concesse. C’era poi un altro elemento ritenuto chiave dalla procura di Pescara, che nasceva da un incontro che Ruffini ebbe con Milia nello studio di quest’ultimo e voluto, sempre secondo la procura, da D’Alfonso. Incontro che doveva servire per sottoporre al legale un documento portato da Ruffini, sul quale Milia avrebbe fatto qualche aggiunta a matita: documento che doveva servire quale traccia per la risposta del Genio Civile sulla delicata questione del rischio idraulico.
Ma quel documento, con l'appunto di Milia, non entrò mai nel processo in quanto non venne mai ritrovato dagli inquirenti, tanto che il gup Sarandrea scrisse in sentenza che «per scrupolo si deve altresì evidenziare che, mancando agli atti il manoscritto la cui redazione è attribuita a Milia, non risulta neanche possibile verificare il contenuto e tantomeno in che termini ed entro quali confini le note dallo stesso vergate siano state recepite dal Di Biase».
Ma nonostante questo passaggio estremamente significativo della sentenza, il procuratore Serpi ha voluto ribadire la sua posizione con il ricorso in appello e, soprattutto, sottolineare nel ricorso il fatto che quelle «condotte sono state caratterizzate da una “straordinaria” intromissione del presidente della Regione D'Alfonso, in una specifica procedura curata dal Genio Civile».
Un appello che però ha prodotto una conferma dell’assoluzione di primo grado.
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