Pescarese di 40 anni si uccide in carcere Scoperto dopo ore

18 Maggio 2018

L’uomo era su una sedia quando gli agenti se ne sono accorti Nardella (UIl): pochi agenti penitenziari per vigilare

PESCARA. La morte risalirebbe a ieri notte, ma i due compagni che erano in cella con lui non se ne sono resi conto neanche ieri mattina. Perché M.R., 40 anni, di Pescara, era ancora seduto, trattenuto dal laccio legato alle grate della finestra. La tragedia è stata scoperta dagli agenti penitenziari ieri mattina quando, pochi minuti dopo le 8 è stato chiamato immediatamente il 118. Ma niente, purtroppo, si è potuto fare per salvare la vita del 40enne che, come raccontano le cronache degli ultimi mesi, era entrato in carcere a gennaio dell’anno scorso dovendo scontare un cumulo di pena di 3 anni e mezzo per reati contro il patrimonio commessi tra il 2011 e il 2014. Un tempo dunque non lungo che farebbe escludere problemi legati alla detenzione.
Secondo una prima ricostruzione l’uomo avrebbe risentito della solitudine per il distacco dalla famiglia a cui era molto legato. Di qui il gesto estremo che ha chiuso il capitolo di una vita sempre in salita, anche emotivamente.
Un dramma umano, prima ancora che l’ennesimo suicidio nelle carceri italiane. E mentre la Procura aprirà comunque un fascicolo sul caso e quasi certamente disporrà l’autopsia per chiarire cause e modalità di questa morte, la tragedia riapre il problema annoso delle carceri sovraffollate e della carenza di personale penitenziario. Lo dice a chiare lettere Mauro Nardella, segretario confederale della UIl Adriatica Gran Sasso: «Da sempre denuncio il fatto che non c’è attenzione nei confronti dell’organico di polizia penitenziaria e questo riduce fortemente quello che potrebbe essere fatto anche per la sorveglianza. Attualmente il numero di agenti presenti non permette a nessuno di evitare che una cosa del genere possa ripetersi, ma se avessimo più personale si potrebbe garantire più sorveglianza e più osservazione nei confronti dei detenuti, evitando così tragedie come questa. Per noi ogni suicidio di un detenuto è una sconfitta, perché il nostro ruolo è proprio quello di recuperare il soggetto e di restituirlo alla società. Per questo lo Stato deve investire di più affinché l’articolo 27 della Costituzione sia rispettato in tutto il suo costrutto. Non si può fare un risparmio di spesa», conclude il sindacalista, «sull’arruolamento di nuove persone, perché quanti più agenti ci sono, quanta più osservazione si fa, potendo offrire anche più conforto ai detenuti. Nel caso specifico, da quello che sembra emergere, sembra proprio che sia mancato il supporto psicologico che avrebbe potuto aiutarlo».
«Il sistema carcerario è un Far west», interviene il segretario generale del sindacato di Polizia penitenziaria (Spp), Aldo Di Giacomo. «In due anni abbiamo registrato il 700 per cento in più di eventi critici, intendendo con questo episodi come risse tra detenuti o detenuti che picchiano poliziotti. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono tra le vittime di un sistema giustizia che, a mio parere, non funziona». Quanto al carcere di Pescara, Di Giacomo osserva che i detenuti sono il 30 per cento in più rispetto alla capienza della struttura». (s.d.l.)