Petrocchi: resistenza al sisma nel Dna del popolo aquilano

6 Aprile 2021

Preghiera per le persone scomparse il 6 aprile e col Covid: «Il dolore deve esserci, ma non può diventare angoscia»

L’AQUILA. «La resilienza al sisma è nel Dna degli aquilano». Le parole del cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi risuonano lungo le navate semivuote della chiesa di Santa Maria del Suffragio e offrono una lettura d’insieme di tre momenti: il «fare memoria» della terrificante notte del 6 aprile 2009, ma anche le festività pasquali e l’emergenza sanitaria.
IL DOLORE. «Questa liturgia non è dominata da una mestizia reclinata su sé stessa, ma è avvolta dalla luce e dalla grazia della Pasqua», esordisce così il cardinale nell’omelia che definisce la dimensione della sofferenza per il lutto che ha colpito la città. «Davanti alla morte, dunque, il dolore ha il suo legittimo posto nel cuore dei credenti; ma l’angoscia non deve trovarvi ospitalità», evidenzia, «il dolore, infatti, ha diritto di esserci, perché scaturisce da un amore sacro, segnato dal “per sempre”. I legami che tesse questo amore “parentale”, quando è autentico, non possono essere recisi. Questo amore non si arrende di fronte allo scorrere della storia: è un legame che resta intatto, qualunque cosa accada. Sfida la morte e in questo scontro è la morte che ha la peggio, perché è un amore che continua a vivere: in tutto, nonostante tutto, in eterno. Il tempo non cicatrizza queste ferite ed è giusto così, perché testimonia un valore perenne. L’importante è che non si infettino. Questa sofferenza va avvicinata e condivisa con rispetto, secondo la sapienza e con la sensibilità della Pasqua».
L’IDENTITÀ. «Sono persuaso che se venisse fatta un’analisi del Dna del popolo aquilano si ritroverebbero, tra i cromosomi identitari, la resilienza al sisma», sottolinea Petrocchi, «questi fattori strutturali suscitano “anticorpi caratteriali” che neutralizzano i virus della disgregazione sociale e sconfiggono la sindrome della disfatta». L’essere popolo e non solo popolazione, secondo il cardinale, dipende dal «riconoscersi e operare come comunità caratterizzata dalla stessa identità storica, culturale e sociale, così come sentirsi corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive, come anche nel costruire prospettive future». Anche gli eventi drammatici, le «sofferenze condivise» hanno una forza che unifica. «Il dramma del terremoto ha reso ancora più “popolo” la gente aquilana», osserva l’arcivescovo, la comune tragedia, affrontata insieme, ha stretto con nodi inscindibili il mutuo senso di appartenenza». Altro fattore identitario è la «tenacia del ripartire», che si concretizza nella «spinta perseverante» alla ricostruzione. «Dal gene della ripartenza, sempre e a qualunque costo, si sviluppa il genio del reinventarsi, pure davanti alle macerie, una esistenza non solo ri-adattata, ma re-inventata e di nuovo conio. Per tali motivazioni, la commemorazione, che stiamo celebrando, non riguarda solo i famigliari delle Vittime e la rete degli amici: è un evento di popolo. Le vittime del terremoto sono stati e continuano ad essere, a pieno titolo, membri del popolo che noi formiamo. Perciò non appartengono soltanto ai loro parenti, ma sono e rimangono nostri fratelli e concittadini».
UN’ALTRA SFIDA. Il pensiero di Petrocchi va anche alle vittime del Covid. «Preghiamo per i deceduti, per quanti hanno contratto il contagio e per le loro famiglie», conclude, «esprimiamo profonda partecipazione a coloro che hanno subìto danni professionali e relazionali: nessuno è escluso dal nostro abbraccio fraterno e dalla nostra prossimità fattiva. Anche questa battaglia non può gestita solo da una élite, ma costituisce una impresa di popolo. Non bastano atteggiamenti virtuosi di una minoranza, che possono essere diluiti o azzerati da comportamenti dannosi di un’altra porzione di persone».
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