Pineta bruciata, via 400 alberi: c’è il rischio di un altro incendio

11 Settembre 2023

Appalto da 200mila euro per rimuovere le piante morte ma ancora in piedi: «I crolli sono continui» L’appello degli esperti: «Per la rinascita del parco ora serve una messa in sicurezza immediata»

PESCARA. Costerà quasi 200mila euro rimuovere gli alberi bruciati nella Pineta dannunziana, aggredita dall’incendio del 1° agosto del 2021. «A distanza di due anni», recita il verbale di una riunione degli esperti, «i comparti 4 e 5 si presentano con la quasi totalità delle piante morte ancora in piedi ma con seri problemi di stabilità, dovuti ai naturali processi di decomposizione dei tessuti legnosi delle radici e del fusto». In queste due zone della pineta, 9 alberi su 10 sono da buttare via: significa quasi 400 piante da estirpare. Il prossimo passo sarà «appaltare con sollecitudine l’esecuzione delle lavorazioni e garantire l’immediata messa in sicurezza». E l’imperativo è fare presto, così dice il verbale, perché, oltre ai crolli degli alberi, c’è il rischio che il disastro si possa ripetere: un altro incendio alla pineta è «potenzialmente possibile». Quindi, spiega il documento, la presenza di tutti quegli alberi in abbandono e della vegetazione che cresce selvaggia «è una minaccia per le abitazioni circostanti».
SOGNO POLMONE VERDE L’obiettivo del sindaco Carlo Masci e dell’assessore al Verde pubblico Gianni Santilli (vice sindaco) è accorpare la pineta e riunire i comparti per creare un grande polmone verde di circa 60 ettari. Ma, prima, è necessario togliere di mezzo le piante ferite per rimetterne di nuove. Il resoconto dell’ultima conferenza dei servizi, con il dirigente comunale Giuliano Rossi, il geologo comunale Edgardo Scurti, l’agronomo comunale Mario Caudullo, il dirigente regionale Sabatino Belmaggio e Roberto Orsatti della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio di Chieti e Pescara, traccia i contorni di un’emergenza: nel comparto 5, quello lungo via Pantini da sempre chiuso al pubblico e diventato una selva inestricabile fino al rogo, «quasi tutta la superficie è stata percorsa dal fuoco e gli alberi sono al 90% compromessi; i restanti alberi, ancora vivi, sono delle querce radicate a ridosso della nuova viabilità di via Pantini, per il resto c’è solo ricrescita vegetazionale di latifoglie attraverso i polloni». Sono grandi numeri quelli contenuti in una relazione allegata al progetto di rinascita della pineta, firmato dal dottore forestale Giuseppe Farina: «Complessivamente sono stati danneggiati dal fuoco 11,23 ettari e di questi 5,38 ettari hanno interessato il comparto 5, cioè tutto, 5,25 ettari il comparto 4, circa la metà della superficie, e 0,60 ettari il comparto 3».
«RIMOZIONE IMMEDIATA» Il verbale dice che è indispensabile «la rimozione immediata dei pini morti in piedi per consentire gli interventi colturali necessari affinché le plantule di pino rinate possano, con l’aiuto degli interventi colturali, accelerare la crescita e, quindi, quanto prima reimpossessarsi dell’area. L’area, al momento, è invasa da piante erbacee avventizie, annuali e poliennali, che aduggiano le plantule di pino e ne ostacolano la ricrescita e quindi le potenzialità di rigenerazione del bosco». Ma, in questa zona, sottolinea il verbale, «non è possibile intervenire con le operazioni colturali per motivi di incolumità degli operatori: gli alberi morti ancora in piedi sono a elevato rischi di caduta per via del legno fortemente degradato. Infatti, continuamente si verificano gli schianti». Ma non tutti gli alberi morti saranno rimossi «per l’avifauna, quali i picchi e anche per la necromassa».
RISCHI PER LA ZONA Anche nel comparto 4, lungo via Scarfoglio con le ville liberty, il quadro è allarmante: «C’è una situazione critica per quanto riguarda la pubblica incolumità», dice il verbale, «poiché c’è un quantitativo elevato di necromassa di pini morti, oltre a quella degli alberi ancora vivi, e questo costituisce una minaccia per le abitazioni circostanti qualora si verificasse un nuovo incendio, potenzialmente possibile, come evidenziato anche dal generale Nevio Savini, esperto di incendi boschivi».