“Piuma”, tutta la leggerezza della commedia all’italiana

Roan Johnson (in concorso) mette in scena l’altra faccia del “fertility day” Uno spaccato del Paese nella storia di due adolescenti che diventano genitori
VENEZIA. “Piuma” è una commedia, e non è per questo che non ha diritto a essere in concorso a Venezia. Anzi, come in passato da Mario Monicelli - che con “La grande guerra” vinse anche un Leone d’oro nel 1959 - a Paolo Virzì (“Ovosodo”), ai molti film francesi, anche recenti, ci sta benissimo. Ma c’è un ulteriore motivo, o forse due, che ne consacrano la sua presenza: il film di Roan Johnson è l’immagine di un’Italia immatura e irrisolta. E dunque la commedia è lo specchio fedele delle indecisioni storiche di un paese senza rivoluzioni e del suo cinema. “Liberation” intanto ci va giù pesante: dice che questa Mostra copre con un eccesso di sangue e di morti un vuoto culturale.
Detto questo, nemmeno “Piuma” è mirabilis. Ma diverte per una buona ora. Ferro e Cate sono due maturandi, uno cialtrone, l’altra svagata, che ne combinano un’altra, definitiva: restano incinti. Ma le conseguenze sono ampie e investono le rispettive famiglie, quella più strutturata del ragazzo, che invece rischierà il divorzio, e quella già disastrata di suo, della ragazza. Attraverso i nove mesi della gestazione, la storia di “Piuma”, nome improbabile dato alla nascitura, si dipana superando mille problemi e incapacità degli uni e degli altri. «Abbiamo scritto questo film con la mia compagna e un’altra coppia di amici per esorcizzare la nostra paura di quarantenni che cercano di diventare genitori», dice Roan Johnson, italo-inglese, studi al Centro Sperimentale, al terzo film.
Dopo una selezione con oltre 1200 provini, la scelta dei due ragazzi è andata su Blu Yoshimi e Luigi Fedele, lui alla terza esperienza veneziana dopo l’esordio del 2010 con “La pecora nera” di Ascanio Celestini e “Cavalli” di Michele Rho. Due adolescenti tutt’altro che svagati: «La sceneggiatura era scritta, ma abbiamo accettato molti consigli da loro soprattutto nel modo di parlare. Alla fine Ferro incarna e ribalta lo stereotipo di una generazione di imbecilli irrisolti».
Tra i cliché dei giovani e dei grandi, si intrecciano temi importanti come quella della maternità, dell’aborto e dell’adozione. Dice Michela Cescon: «Il problema della natalità è reale in Italia, non servono spot, ma una politica precisa, aiuti ai giovani che sono soli: i ragazzi del film non vanno da nessuna parte senza i genitori. Occorre avere soldi, lavoro e casa per poter fare figli». Cescon è Carla, mamma di Ferro: «Ho accettato perché volevo cambiare personaggio. A me la commedia non la fanno fare quasi mai. Non ci sono ruoli importanti per le donne nel cinema italiano».
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