“Piuma”, tutta la leggerezza della commedia all’italiana

6 Settembre 2016

Roan Johnson (in concorso) mette in scena l’altra faccia del “fertility day” Uno spaccato del Paese nella storia di due adolescenti che diventano genitori

VENEZIA. “Piuma” è una commedia, e non è per questo che non ha diritto a essere in concorso a Venezia. Anzi, come in passato da Mario Monicelli - che con “La grande guerra” vinse anche un Leone d’oro nel 1959 - a Paolo Virzì (“Ovosodo”), ai molti film francesi, anche recenti, ci sta benissimo. Ma c’è un ulteriore motivo, o forse due, che ne consacrano la sua presenza: il film di Roan Johnson è l’immagine di un’Italia immatura e irrisolta. E dunque la commedia è lo specchio fedele delle indecisioni storiche di un paese senza rivoluzioni e del suo cinema. “Liberation” intanto ci va giù pesante: dice che questa Mostra copre con un eccesso di sangue e di morti un vuoto culturale.

Detto questo, nemmeno “Piuma” è mirabilis. Ma diverte per una buona ora. Ferro e Cate sono due maturandi, uno cialtrone, l’altra svagata, che ne combinano un’altra, definitiva: restano incinti. Ma le conseguenze sono ampie e investono le rispettive famiglie, quella più strutturata del ragazzo, che invece rischierà il divorzio, e quella già disastrata di suo, della ragazza. Attraverso i nove mesi della gestazione, la storia di “Piuma”, nome improbabile dato alla nascitura, si dipana superando mille problemi e incapacità degli uni e degli altri. «Abbiamo scritto questo film con la mia compagna e un’altra coppia di amici per esorcizzare la nostra paura di quarantenni che cercano di diventare genitori», dice Roan Johnson, italo-inglese, studi al Centro Sperimentale, al terzo film.

Dopo una selezione con oltre 1200 provini, la scelta dei due ragazzi è andata su Blu Yoshimi e Luigi Fedele, lui alla terza esperienza veneziana dopo l’esordio del 2010 con “La pecora nera” di Ascanio Celestini e “Cavalli” di Michele Rho. Due adolescenti tutt’altro che svagati: «La sceneggiatura era scritta, ma abbiamo accettato molti consigli da loro soprattutto nel modo di parlare. Alla fine Ferro incarna e ribalta lo stereotipo di una generazione di imbecilli irrisolti».

Tra i cliché dei giovani e dei grandi, si intrecciano temi importanti come quella della maternità, dell’aborto e dell’adozione. Dice Michela Cescon: «Il problema della natalità è reale in Italia, non servono spot, ma una politica precisa, aiuti ai giovani che sono soli: i ragazzi del film non vanno da nessuna parte senza i genitori. Occorre avere soldi, lavoro e casa per poter fare figli». Cescon è Carla, mamma di Ferro: «Ho accettato perché volevo cambiare personaggio. A me la commedia non la fanno fare quasi mai. Non ci sono ruoli importanti per le donne nel cinema italiano».

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