Poca giustizia, niente verità Quell’amarezza dopo 13 anni

24 Ottobre 2022

Sostenere che chi ha perso la vita ha il 30% di colpe è fare il “processo a Galileo” Stupisce da giorni il silenzio dal tribunale, una voce autorevole poteva farsi sentire

Dover andare in piazza dopo 13 anni e mezzo a chiedere giustizia e verità per le vittime del terremoto del 6 aprile 2009 ha un sapore amaro. Significa che in tutto questo tempo di giustizia se ne è vista poca. E di verità niente.
Una settimana fa, poi, è arrivata “la sentenza choc” che ha travolto ogni logica. Spesso si dice che la verità processuale, quando va bene, si avvicina appena alla verità storica. Qui siamo andati oltre, siamo alla “bugia processuale”.
Sostenere che chi ha perso la vita sotto le macerie, “al 30 per cento” la morte se l’è cercata è, questo sì, fare il “processo a Galileo” come gran parte della stampa nazionale e internazionale ancora oggi si ostina a definire la sentenza di primo grado che condannò i membri della commissione Grandi rischi, sentenza poi ribaltata negli altri due gradi di giudizio con una serie di assoluzioni.
Ieri mattina le centinaia di persone che hanno partecipato alla manifestazione “Le vittime non hanno colpa” hanno riascoltato intercettazioni telefoniche e testimonianze che hanno riportato a momenti drammatici quando la polvere delle macerie scolpì il dolore nella storia dell’Aquila “cementandosi” con le lacrime di chi aveva perso tutto e con il sudore dei soccorritori.
Ma in questi 13 anni non sono mancate solo la verità e la giustizia.
È mancato soprattutto il rispetto per la memoria di chi ha perso la vita e per i parenti delle vittime. Noi sappiamo, grazie a un’intercettazione, delle risate di chi sin da subito immaginava i grandi affari legati alla ricostruzione.
Ma di risate sia quella notte che nei mesi e negli anni successivi ce ne sono state molte. E i 309 sono diventati un fastidio e pian piano sono finiti per essere addirittura indicati come colpevoli della loro morte.
La sentenza “choc” sarà, si spera, cambiata in Appello. Eppure quello che in questi giorni ha stupito è il silenzio assordante del “Palazzo di Giustizia”.
Difficile chiedere al magistrato che ha scritto le motivazioni di ammettere di aver sbagliato.
Ma forse una voce autorevole (e nel Palazzo ce ne sono tante) si sarebbe potuta far sentire. Non per chiedere scusa. Sarebbe troppo. Ma per dire che in quelle stanze non ci sono robot. Che anche i magistrati hanno un’anima.
Sarebbe bastato dire: ci dispiace, non era nostra intenzione mancare di rispetto alla memoria delle vittime e al dolore delle famiglie. Avremmo scoperto che, pure nelle aule dei tribunali, il cuore non lo si lascia fuori dalla porta.
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