Politica, sport e sesso Quando Facebook costa una denuncia

17 Maggio 2015

La diffamazione corre sul web, almeno 10 fascicoli al mese: dalle elezioni perse agli insulti per le partita di calcio

PESCARA. Per proteggere la figlia Veronica ricoperta di insulti dopo il suo ingresso in giunta, Gianni Teodoro era passato alle maniere forti conquistando il record di denunce per diffamazione: 61 contro il popolo del web che aveva osato offendere il giovane assessore su Facebook con commenti poco edificanti.

Ma non c’è solo la politica a fomentare l’insulto perché da quando i panni si lavano sulle bacheche – molte delle quali aperte, visibili a tutti – anche gli sportivi mal digeriscono il commento alla pessima prestazione così come, sempreverdi, restano i “complimenti” scambiati dopo i tradimenti.

Da quando Facebook ha contagiato milioni di italiani e basta un click per inviare uno «scemo» che poi rimbalza da un amico all’altro, la polizia postale ha aggiunto alla caccia agli illeciti penali nella comunicazione anche quella alla diffamazione su Facebook con almeno dieci denunce sporte ogni mese. Solo che, spesso, indagare sulla diffamazione diventa una caccia alla streghe perché se la collaborazione tra la polizia giudiziaria e il social- network con sede a Palo Alto è particolarmente proficua nei casi, ad esempio, di pedo-pornografia non lo è altrettanto per identificare l’autore di un commento su un gol mangiato.

A spiegarlo è il comandante della polizia delle comunicazioni Elisabetta Narciso che ricorda come quella che viene avvertita come offesa in America può essere inquadrata come libertà d’espressione e, quindi, non sortire molti effetti. Ed ecco perché se Facebook risponde anche in tempo reale a una segnalazione, ad esempio, che riguarda un minore non è detto che sia così tempestivo per uno «scemo» di troppo lasciato sulle bacheche.

E’ sotto le elezioni che, in particolare, le bacheche dei politici si ingrossano e un’ eventuale sconfitta arriva a bruciare così tanto da lasciarsi andare all’insulto oppure i diversi orientamenti accendono le bacheche e i “post” finiscono in procura. Ad avvertire delle conseguenze di un post poco gradito è stato recentemente il presidente della Regione Luciano D’Alfonso che sta provando a mettere un freno ai commenti ingiuriosi con un avvocato nominato ad hoc per andare a caccia delle offese. D’Alfonso citerà in giudizio gli eventuali diffamatori e il suo fine, come spiegò in un post, era comunque a fin di bene per la collettività: con i soldi incassati per le cause finanzierà le opere pubbliche anche se, al momento, il governatore non sembra ancora essere passato ai fatti.

Se sul terreno dell’insulto si muovono con agio mogli, mariti e amanti con relazioni interrotte che finiscono in bacheca arricchite dai commenti e dai “mi piace”, anche i calciatori sono diventati sensibili a una parola di troppo sulla partita e a quel commento che, poi, si diffonde sul web a macchia d’olio.

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