Politico e letterato nel segno dell’onestà

Capire era la sua missione umana e morale, rifiutava l’idea che l’ingiustizia fosse un fatto naturale
In sede di anniversari il lettore si chiede “perché ricordiamo eventi e personaggi del passato?” E oggi la domanda riguarda Ignazio Silone, l’intellettuale abruzzese che 39 anni fa, il 22 agosto del 1978, chiudeva la sua travagliata e ricca esistenza a Ginevra e due giorni dopo, esaudendosi la sua esplicita richiesta, le ceneri vennero trasportate nella sua Pescina.
Una esistenza dipanata tra politica, letteratura, onori e disconoscimenti fornendo ghiotte occasioni di critica e di accusa di labilità mentale e di tendenza al doppiogiochismo morale all’intellettuale e politico abruzzese fino al tradimento e alla delazione. Tutto ciò ha consentito ad alcuni detrattori di presentare di Silone una immagine che ne deforma la reale personalità, autorizzando altri suoi lettori o ricercatori a difenderne la consistente avvedutezza nell’esercizio della sua attività politica e letteraria.
Aldilà delle dispute ideologiche e storiografiche, che hanno riempito sinora il dibattito intenso e appassionato e che hanno visto nella mischia intellettuali e giornalisti di chiara fama con esiti alterni, credo doveroso in una occasione di rimembranza riportare la nostra attenzione al metallo prezioso che ha adornato l’animo dell’autorevole pescinese e che ne ha fatto nel tempo un intellettuale esemplare della letteratura mondiale: mi riferisco alla dignità dell’uomo osannata e difesa nell’intera sua azione e nell’opera letteraria.
Retaggio di una formazione che ha radici fin da bambino, allorquando il padre gli insegnò a rispettare con scrupolo religioso la gente e le cose: gli insegnò che il bene è meglio farlo che riceverlo. Con queste virtù - gli diceva - la vita, pur indurita dalla fatica e dalla miseria, sarebbe stata sopportabile. E Silone ha fatto dell’onestà e della verità le virtù della sua esistenza. Sapeva che la fiducia degli uomini si basa «sulla certezza che essi hanno un assoluto bisogno di apertura alla realtà degli altri».
“Capire” era il suo assillo umano e morale. Voleva abolire la distanza tra gli uomini, sostituire l’amicizia alla compassione, la carità al dubbio. Non poteva accettare la miseria, l’ignoranza, l’ingiustizia, come fossero fatti naturali. Questa era la religione, al di là dei riti e le istituzioni, delle superstizioni e le ipocrisie. Silone l’incise nel cuore, e mai vi si distaccò.
I libri di Silone nascono da una profonda meditazione sulla condizione dell’uomo nella società, non da una ideologia (una critica dell’ideologia la ritroviamo nelle pagine dense di moralità nella rivista da lui fondata, con Nicola Chiaromonte: “Tempo presente”).
Scrivere fu per lui «la sola maniera degna per vivere in qualità di uomo», la prosecuzione di una lotta più libera sul terreno della dignità umana, dell’uomo nella società. I suoi libri sono libri di testimonianza: non tanto (o non solo) “politica”, ma “umana”.
I suoi libri sono il risultato delle sue esperienze esaminate alla luce di un profondo senso morale, attraverso il quale si esprime il bisogno di verità e sincerità, e contro il quale si scontra una realtà di equivoci, di compromessi, di soprusi.
Ripeteva con Montaigne: «Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi». Credo sia in questo tabernacolo della coscienza che Silone ha riposto e difesa la sacralità di ogni uomo contro l’ingiustizia sociale. Tale lotta trova il suo fondamento nell’azione politica in sintonia con la morale.
Nella confusione (o nell’assenza) di idee e di valori che oggi ci avvolge, Silone ci invita a recuperare la capacità di capire: dono prezioso, lascito della nostra civiltà e nostra salvezza. Come disse Gustav Herling, grande lettore e ammiratore, «una delle ragioni per cui l’opera di Silone è destinata a rimanere sta nel fatto che è profondamente onesta in un mondo che tende ad essere disonesto».
Non c’è una sola parola nell’opera di Silone che non sia un aspetto di tale esperienza. Non c’è spazio per il godimento estetico. Non è un D’Annunzio. La sua scrittura non ha momenti di vuoto, non pause, né ricami: è compatta come il suono di uno strumento, come i fili di canapa che la madre tesseva uno dopo l’altro. Di fronte a questa tessitura narrativa, i critici inizialmente dissero che Silone era scrittore mediocre, o, comunque, saggista, più che narratore.
Ma, per rappresentare il mondo dei “cafoni”, per raccontare la drammaticità della vita sua e loro, egli doveva esprimersi nel modo più chiaro e semplice possibile. Pertanto, anche il lettore dei suoi romanzi (come, in verità, di ogni sua opera) deve leggerli lentamente, pesando le parole, perché ogni parola ha un’intensità che bisogna capire: bisogna «scoprire… la carica intensa di ogni parola, la sua forza esplosiva».
Direttore di “Tempo Presente”

