«Potenziare gli ospedali Così dominiamo i contagi»

26 Marzo 2020

Parruti: i controlli dovranno continuare per mesi anche dopo l’emergenza

PESCARA. «Ogni Asl deve sviluppare il suo programma di implementazione di posti aggiuntivi per la degenza Covid che non possiamo definire ordinaria perché sono tutti pazienti difficili. Così facendo non faremo cattedrali nel deserto e non saremo scoperti dopo, perché successivamente questa rete deve continuare a funzionare forse per un anno con lo stesso livello di attività e di efficienza». Così dice Giustino Parruti, direttore dell'Unità operativa complessa di Malattie infettive dell'ospedale di Pescara, e componente della task force della Regione.
Nella sua lunga intervista rilasciata al Centro, Parrutti ci aiuta a capire che cosa sta accadendo, che cosa accadrà tra pochi giorni e persino nei mesi a venire.
Professor Parruti, si parla di piano B, che cosa significa?
«Significa che nel momento in cui tutta la ricettività ospedaliera deputata all'accoglienza di pazienti Covid, con insufficienza respiratoria, fosse saturata in tutti i locali della regione, necessariamente dovremmo pensare all'allestimento di nuove aree di degenza sia subintensiva che intensiva, possibilmente in più di un territorio provinciale e che siano corredate di tutte quelle attrezzature e caratteristiche che possano ampliare la ricettività oltre i limiti delle strutture ordinarie. Il piano B, in sintesi, è come affrontare l’emergenza evitando la saturazione della nostra capacità di ospedalizzazione».
C’è già la necessità di creare un piano B?
«Sì, in questa situazione di carico incessante nei confronti del pronto soccorso di Pescara e in misura leggermente inferiore anche negli altri presidi provinciali. A Pescara siamo prossimi alla saturazione. Abbiamo già allargato l'area Covid a ben sei ali di degenza per un totale di 150 pazienti più 30 di rianimazione. Oltre questo limite le capacità di personale che abbiamo a disposizione, alla fine dei tentativi di reclutamento aggiuntivo che sono stati compiuti e di allargamento dell'attività rianimatoria, sono assolutamente insufficienti. Il rischio è il crollo della qualità assistenziale che abbiamo garantito fino a questo punto. Il personale è ormai allo stremo per la disponibilità assolutamente eccezionale che ha mostrato, e nemmeno con un impegno spropositato potrebbe reggere l'impatto clinico di un numero maggiore di degenti. La soglia di Pescara sarà raggiunta entro il fine settimana quando saremo capaci di rimpiazzare quotidianamente solo i pazienti che riusciamo a dimettere che speriamo siano un numero significativo».
Alla luce di questo scenario, come è possibile reperire nuovi posti letto? E che ne pensa degli ospedali territoriali da creare in strutture inutilizzate?
«È chiaro che, stante la situazione attuale, se questi ospedali giungessero troppo in ritardo non ci servirebbero a risolvere il problema dell'attuale sovrannumero. Dovrebbero essere realizzati tempestivamente e dotati di un personale del tutto addizionale rispetto all'attuale. Ma queste due limitazioni sono molto forti. Quindi non la ritengo una soluzione praticabile».
Come è stata finora la qualità della risposta sanitaria in Abruzzo?
«La cosa di cui posso essere sinceramente fiero è che fino a questo momento l'assistenza sanitaria è stata di un livello più che adeguato a quello che ci veniva chiesto e soprattutto prontamente consapevole di tutte le esperienze che ci hanno preceduto. Abbiamo fatto tesoro di tutto quello che le zone colpite prima di noi avevano maturato come disegno progettuale. In particolare questo modello dell'area Covid unica per intensità di cure che abbiamo adottato a Pescara e che, in buona misura, è stata riprodotta e parallelamente sviluppata nelle altre Asl, è risultato efficace. Questo perché il paziente Covid è molto instabile. Nel giro di poche ore può variare da un livello assistenziale basso ad un livello medio alto o, addirittura, con necessità di rianimazione. Ma con il modello adottato abbiamo potuto garantire e implementare tutte le attività di terapia aggiuntiva rispetto a quelli che sono gli standard. Fino ad oggi abbiamo fatto bene. Ed è proprio questa la ragione per cui ci tengo acché il modello sia difeso e, se dev’essere implementato nel territorio, sia fatto con le risorse del tutto addizionali».
Qual è, quindi, il miglior modello organizzativo per la fase B?
«Il migliore è quello di estendere le aree di degenza Covid ulteriormente in tutti i presidi ospedalieri esistenti in Abruzzo su un modello a base di “intensità di cure”, reclutando tutte le risorse pneumologiche, internistiche, geriatriche, come abbiamo fatto qui a Pescara, e creando un sistema a vasi comunicanti: un cruscotto unico regionale con cui quotidianamente sia possibile avere una chiara cognizione di dove la risorsa assistenziale è disponibile nella rete delle malattie infettive allargate.
È un modello che include tutti i centri con malattie infettive, con quelli di Vasto e Avezzano in aggiunta, in modo tale da poter travasare i pazienti mantenendo un alto livello assistenziale, che dev’essere ampliato energicamente con risorse di sistema e di personale».
Con questo tipo di organizzazione abbiamo però visto che c'è una vulnerabilità del personale sanitario che, a sua volta, si infetta e rischia di trasformarsi in untore. Come contenere questo fenomeno?
«È un problema grosso, ma va detto che, dall'analisi dei dati che abbiamo sulla Asl di Pescara, il numero di personale che si è infettato è trascurabile rispetto al numero di persone che invece è stato contagiato nella vita relazionale e sociale ordinaria e che, quindi, ha trasmesso il virus. Certo è che gli operatori sanitari, così come le forze dell'ordine, i giornalisti e tutti gli altri datori di risposta ai servizi essenziali della popolazione, hanno potuto fermarsi molto meno e quindi sono risultati più vulnerabili. Per di più gli ospedali, per definizione, sono un punto dove si concentrano tutti i soggetti portatori e quindi, per via diretta e indiretta, il nemico ha potuto prenderci alle spalle specialmente nell’assistenza a pazienti che non sospettavamo Covid».
È quindi giusto, secondo lei, fare tamponi a tappeto?
«È fondamentale farlo ora durante la fase di distanziamento sociale. Il tampone deve servire a identificare con certezza i casi sintomatici e i contatti stretti dei sintomatici confermati, in modo da mettere in sicurezza tutti quelli che possano essere trasmissori o oggetto di trasmissione anche negli ambiti familiari. Quando però sarà prossima la fine di questa faticosa giostra di blocco della nostra relazione sociale, e andremo a riaprire i rubinetti della nostra socialità, dovremo continuare a fare tamponi per essere sicuri che i portatori asintomatici non inneschino di nuovo una trasmissione. È questo il punto su cui tutte quante le regioni dovranno mettere a fuoco delle strategie il più possibile omogenee. Sicuramente le stesse persone che ho nominato prima, gli operatori sanitari in primis e tutti gli altri di pubblica utilità, dovranno fare il tampone, per evitare che riparta il contagio».
Esistono e quando arriveranno in Abruzzo i tamponi che danno la risposta in pochissimo tempo?
«Sì, esistono. Il dottor Paolo Fazii, che è referente per l'attività regionale di questo tipo, li ha già acquistati. Entro la fine di questa settimana saranno utilizzabili a Pescara. Saranno di grande aiuto perché ci permetteranno di dare una risposta rapida alla necessità di inquadramento del paziente già dal pronto soccorso, permettendoci di ottimizzare l'organizzazione della rete ospedaliera di cui parlavo prima».
Quanti tamponi si potranno fare al giorno?
«La potenza di fuoco con cui potremo partire già da questa settimana a Pescara è di otto ogni ora che si aggiungeranno ai 300 che già facciamo ogni giorno. Sarà, per il momento, un aumento non quantitativo ma qualitativo, perché sarà possibile fare il test e discriminare il positivo dal negativo molto rapidamente».
Quindi sarà la velocità a permettere di intervenire e isolare prima gli infetti evitando i contatti anche anomali?
«Esattamente così».
Passiamo alla fase della discesa: quali saranno i rischi maggiori?
«Sono convinto che dobbiamo insistere sul potenziamento dei reparti di Malattie infettive e delle unità di degenza ad esse connesse. Questo perché la fine dell'epidemia non avverrà per crisi, cioè non sarà una cosa brusca. Non è realistico, nonostante tutti gli sforzi che potremmo fare. Dovremo invece convivere con il Covid e con una grossa tempestività di interventi di risposta. Sarà cioè una fase in cui ogni tanto riemergerà un numero piccolo di casi e di focolai, e lì dovremo essere in grado di bloccarli immediatamente come abbiamo fatto finora. Sarà anche una fase in cui prevedo una sostanziale riduzione dei volumi di degenza. Pescara, in altre parole, non avrà più bisogno di 150 letti più 30 posti di Rianimazione ma potrebbe continuare ad aver bisogno di una trentina di letti se non 50 ad alta efficienza connessa ad una subintensiva e intensiva dedicata. Si dovrà continuare ad operare in tutti i nuclei delle sei Malattie infettive della regione a contenimento e a controllo precocissimo di qualsiasi fenomeno di recidiva e di riemergenza, fino a quando l'immunità di gregge non deriverà dall'espansione dei contagi ma dalla diffusione dell'immunità vaccinale che, speriamo, possa arrivare a tutta la popolazione entro 12-24 mesi».
Vuole dire che la guardia non dev’essere abbassata e per quanto tempo?
«Abbiamo davanti un periodo in cui dovremo essere pronti a mantenere una forte efficienza per molti mesi.
Il modello dei “vasi comunicanti”, detto prima, fra le sei unità di Terapia intensive d’Abruzzo sarà ancora determinante. Ecco perché il potenziamento delle strutture esistenti potrebbe essere più valido rispetto a una espansione territoriale, ma nel merito di questo non entro ulteriormente».
Sulla base dei dati numerici e statistici finora raccolti è possibile ipotizzare i tempi della fine dell’emergenza?
«In corso c’è un distanziamento sociale radicale, ma non possiamo sapere con esattezza quanto rapidamente impatterà. La curva epidemica potrebbe essere favorevolmente influenzata da questa situazione molto restrittiva, per quanto io tema che una crescita fino a 1.500 casi in Abruzzo ci sarà. In sintesi, vedo la prospettiva che in una parte del mese d’aprile ci sarà una grande lotta ma che poi, verso la fine, comincerà la discesa con un decremento dei casi. Fermo restando la nostra capacità di pronta e sostanziale risposta e tenuta».
Dopo aprile, quindi, si inizierà a scollinare?
«Certamente vedremo qualcosa di positivo. Ma tutti devono e possono fare di più. Come il potenziamento delle strutture esistenti. Si deve capire che questo potenziamento porterà benefici anche nel lungo termine perché la diagnostica differenziale del Covid purtroppo rimarrà per tutto l'anno in corso. Sì, avremo un caso su centro anziché dieci su venti, ma il coronavirus non scomparirà. E noi dobbiamo essere attrezzati al meglio».
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