Pranzo a casa con i poveri per 40 famiglie pescaresi

29 Dicembre 2016

Successo dell’iniziativa organizzata dall’Arcidiocesi “Aggiungi un posto a tavola” Una coppia: «Abbiamo invitato i nostri ospiti africani anche a Santo Stefano»

PESCARA. C’è chi il Natale lo ha passato abbattendo il muro della diffidenza, rinunciando a tradizioni e abitudini, stringendo amicizia con chi non ha nulla. Ed è «contentissimo e rasserenato». Sono state quaranta le famiglie pescaresi che hanno coraggiosamente aderito all’invito dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne che ha il nome di un allegro musical, “Aggiungi un posto a tavola”, «un’iniziativa», spiega il vescovo Tommaso Valentinetti, «che ci chiede di aprire le nostre case a chi è lontano dalle famiglie, ai poveri di Pescara, agli immigrati, a chi è nel bisogno».

Così tra vischio e panettoni, presepi e abeti addobbati, al pranzo natalizio in famiglia hanno trovato posto cinquanta persone – tra le quali diverse mamme con bimbetto al seguito – che una casa e una famiglia non ce l’hanno e che per ora sono ospiti della Caritas, del centro Emmaus per rifugiati, della struttura di accoglienza per donne e minori Lapedream, acronimo di Laboratorio pescarese donne rifugiate e asilanti in movimento. Fissato serenamente anche un menù che andasse bene per cattolici e musulmani, la giornata è passata, a detta di tutti i coinvolti, «in maniera speciale ed emozionante. Lo spirito nè è uscito più sazio dello stomaco», scherza uno di loro.

Tanto che qualcuno ha deciso di replicare subito e riunirsi con i nuovi amici anche il giorno di Santo Stefano. Come la famiglia Di Domizio. «Io e mia moglie Mirella Di Giandomenico abbiamo conosciuto Masud al pranzo di Natale di mio figlio Fabio e mia nuora Alessia Nespoli, che sono volontari alla Caritas », racconta Stefano Di Domizio, ferroviere in pensione e nonno felice. «Con lui, che è cattolico metodista, c’era un altro ragazzo africano e musulmano dal nome complicato», ride. «Devo dire che mi sono meravigliato: due giovani così gentili, così educati... Hanno fatto giocare i miei nipotini e sembravano anche loro dei bambini, benchè avessero 25 anni e una vita già difficile alle spalle. Le loro storie sono storie toccanti. A Masud abbiamo chiesto quando pensasse di andare a casa, e lui ci ha detto che in Ghana non potrà tornare perché è fuggito per motivi politici e lì lo aspetta la morte. Nella sua terra ha lasciato la madre, terza moglie del padre, e due fratelli. Io da ragazzo sono stato all'estero per un po’», racconta ancora Stefano, «più a fare il turista che a lavorare, ma ugualmente mi sentivo spesso solo e avrei dato chissà cosa per sentire il calore di una casa, di una famiglia. Loro hanno motivi ben più gravi del mio per essere partiti, ma qui vogliono imparare a lavorare, la lingua, le abitudini. Sono bravi ragazzi.Siamo stati tutti entusiasti di conoscerli».

Tanto da invitarli di nuovo per Santo Stefano, «stavolta a casa mia e di mia moglie» a mangiare le cose buone rimaste, proprio come si fa in famiglia. «È potuto venire solo Masud», spiega Stefano, «Siamo stati semplicemente insieme, c’erano altri miei nipotini. È stata la prima volta per me e devo dire che l’ho fatto con piacere, sono contento di aver conosciuto meglio e da vicino queste persone, non me lo aspettavo. Quando è andato via, Masud è venuto verso me e mia moglie e ci ha salutati chiamandoci mamma e papà. Sì, ammetto che mi sono commosso».

Monsignor Valentinetti ha voluto definire un «Natale in uscita» la solennità festeggiata quest’anno dall’arcidiocesi di Pescara-Penne. «Un Natale», afferma il prelato, «che può aiutarci a vivere meglio il mistero di un Dio che si incarna nella storia umana e non nelle sacrestie». Per questo, le veglia della Vigilia è stata celebrata dal vescovo non al duomo di San Cetteo, come da tradizione, ma nel container della comunità di Montegualtieri, sponda teramana della chiesa pescarese colpita duramente dal terremoto. Valentinetti ha raggiunto la frazione di Cermignano «per condividere simbolicamente le difficoltà che tanti fedeli vivono», spiega, «e per gridare, insieme a loro, la speranza che il Natale ci dona, seppur nell’essenzialità di una dimora arrangiata e nella povertà di una famiglia itinerante». E in linea con questo spirito, la messa solenne di Natale l’arcivescovo l’ha poi celebrata nel carcere di San Donato.

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