Prigioniero in Germania Oggi compie cento anni

PESCARA. Per ben due anni, dal 1943 al 1945, fu prigioniero in un campo di concentramento in Germania, dove venne deportato, soffrendo la fame e la lontananza dagli affetti. Ricordi nella sua mente...
PESCARA. Per ben due anni, dal 1943 al 1945, fu prigioniero in un campo di concentramento in Germania, dove venne deportato, soffrendo la fame e la lontananza dagli affetti. Ricordi nella sua mente indelebili, che neppure il tempo è riuscito a cancellare. Oggi però per Aroldo D’Intino, nato a Moscufo, ma da sempre residente a Pescara, sarà una grande festa. Con i suoi tre figli: Gianni, Germana e Massimiliano e i suoi 11 tra nipoti e pronipoti festeggerà i cento anni. In programma per lui tante sorprese, che i figli non vogliono svelare.
«È lucidissimo», sottolinea Gianni, impiegato e sindacalista ex segretario del Csa (Coordinamento sindacale autonomo), «e autosufficiente, tanto che vive da solo. Legge i giornali e ricorda tutto della sua vita». Sofferenze legate, oltre alla scomparsa della moglie Ida Di Gregorio, nel 2011, naturalmente al periodo della guerra. «Venne arruolato», racconta il figlio, «che aveva 19 anni. Prima di partire, diceva che gli sarebbe piaciuto diventare sarto. Poi invece, tornato dalla guerra, ha lavorato fino alla pensione per il ministero del Tesoro, nell'allora Intendenza di finanza. All’inizio fu mandato in Grecia, nell’isola di Creta. Poi, dopo l’8 settembre 1943, avrebbe dovuto passare con l’esercito della Repubblica di Salò, ma lui si rifiutò come tanti altri italiani e venne quindi preso e portato in un campo di concentramento in Germania, dove rimase per due anni fino alla liberazione da parte degli americani e degli inglesi. Di quel periodo ha in mente tutto, ogni particolare, che di tanto in tanto racconta, foto alla mano. E quindi la divisa sempre sporca e soprattutto la fatica e la fame. Lui lavorava nei campi. Altri venivano impiegati nelle fabbriche oppure negli interventi stradali. Quando non ce la faceva proprio più, mangiava le bucce delle patate che venivano buttate via. Andava avanti così. Poi, quando finalmente è tornato a casa, dopo all'incirca un anno ha ricevuto la prima onorificenza ossia la Croce al merito di guerra. Nel 2012, gli è stata conferita dal prefetto anche la medaglia d'onore, che tiene sempre con sé come tutti i suoi ricordi». (a.d.f.)

