Pronto soccorso, 250 accessi al giorno

La prima frontiera della sanità alle prese con numeri record, il primario Ferrara: «Ma molti interventi sono evitabili»
PESCARA. Caldo, mare, montagna, vita all'aperto e notturna, turismo: sono tanti i fattori che portano, in questi giorni d'estate, la media di quasi 250 persone al giorno nel pronto soccorso dell'ospedale di Pescara. Oltre il 20% in più rispetto alla media dei mesi invernali (200 circa). Sono 27 i medici "al fronte", compresa la direttrice Tiziana Ferrara, con l'ausilio di 70 infermieri, 39 Oss e 10 addetti esterni. E spesso, considerando i legittimi riposi e le ferie, il personale è costretto ad andare oltre le ore del proprio turno di lavoro, con sacrifici personali e lodevole spirito di servizio. I numeri del pronto soccorso parlano chiaro: una percentuale che oscilla tra il 20 e il 60% delle persone che accedono giornalmente entra in codice verde e non avrebbe praticamente bisogno del servizio.
Dei 200 e passa pazienti che arrivano, quindi, un quarto non dovrebbe essere curato in ospedale. Basterebbe chiamare il medico di famiglia per risolvere problemi di lieve entità, senza intasare il servizio dell'ospedale dedicato alle urgenze. Un altro 20% dell'utenza, tra l'altro, arriva da fuori provincia: costa teramana, Chieti e area metropolitana del territorio chietino. Sono pazienti che non sono, sulla carta, a carico del nosocomio pescarese, ma si rivolgono quasi sempre a questo per una questione di vicinanza geografica.
Tutto si traduce in carico di lavoro per i medici in servizio, mediamente dai 4 ai 7 ogni turno, che devono anche occuparsi di pazienti in attesa di ricovero che passano a volte anche due o tre giorni in pronto soccorso aspettando un posto letto. Il motivo? Reparti pieni, ma non sempre per far fronte alle urgenze. A volte i pazienti - in questo caso quelli più anziani, ma non solo - restano più tempo del dovuto in ospedale per l'assenza di una rete familiare: dopo l'accesso in pronto soccorso e il ricovero, al momento delle dimissioni questi degenti non vengono ripresi in carico dalle famiglie, andando ad occupare posti letto che servirebbero alle cure di altri cittadini, che nel frattempo restano "parcheggiati" nei corridoi del pronto soccorso.
«Le persone devono rivolgersi di più al proprio medico di base, è quella la prima frontiera della medicina, che potrebbe assistere un trenta percento circa delle persone che arrivano qui e potrebbero tranquillamente non farlo», ci spiega il direttore sanitario Rossano Di Luzio. Al pronto soccorso funziona così: chi arriva in una condizione di pericolo di vita viene gestito in "codice rosso" e va dritto in shock room senza attendere; il codice giallo ha invece tempi di attesa che variano in base alla valutazione dei parametri e una prima fotografia per capire i rischi; i codici minori, verde e bianco, vengono fatti accomodare in sala d'attesa. I codici gialli vengono rivalutati, sempre al rialzo, per comprendere l'eventuale evoluzione del problema. «Cerchiamo di fare tutto, e di farlo al meglio. I problemi non sono di numeri e di personale. Certo, se avessimo più medici lavoreremmo meglio, ma io oggi se potessi chiederei maggiore collaborazione da parte di tutti. La popolazione deve collaborare, prima di tutto non avendo la pretesa di arrivare qui e scavalcare le file e fare tutto in pochi minuti. Il contesto socio culturale del 2024 comporta invece un affanno continuo, un'ansia di prestazioni, il desiderio di passare dal pronto soccorso per fare tutto prima, anche se "prima", ricordo, non equivale a "meglio". Per garantire l'emergenza-urgenza, ognuno di noi con senso di responsabilità deve capire che la risorsa del pronto soccorso è minacciata e rischia di andare al collasso», afferma la direttrice Tiziana Ferrara.

