Pronto soccorso, torna l’incubo «Chi può vada in altri ospedali»

Caos nel fine settimana: sabato sera fino a 132 pazienti in attesa e c’è chi rimasto anche 12 ore Albani: «Un disastro, ho richiamato in servizio tutti i reperibili, ma non basta. Il personale non c’è»
PESCARA. Il pronto soccorso del Santo Spirito in piena emergenza. Poco personale da una parte e dall’altra accessi continui. Quello appena trascorso è stato un fine settimana nerissimo con pazienti costretti ad aspettare anche 11/12 ore prima di essere visitati. Sabato sera, alle 20.30, all’interno della struttura c’erano 132 persone, tra quelle in trattazione e quelle fuori, nella sala d’attesa. C’erano nell’area triage almeno una trentina di cittadini con il codice giallo e una quindicina con quello verde. Nella notte, la situazione è ulteriormente peggiorata. Un’anziana, entrata alle 23.30, ieri alle 12.45 era ancora in attesa di essere sottoposta ad una tac. Flussi continui di persone, infatti, anche ieri mattina. Alle 11 c’erano 15 persone al triage, mentre altre ne stavano arrivando.
Per cercare di ridurre in qualche modo i tempi d’attesa, il primario Alberto Albani è stato costretto, ad un certo punto, a richiamare il personale non in servizio, quello reperibile. «Sabato in particolare», spiega, «ho dovuto chiamare anche i reperibili. È stato un disastro, veramente c’è stato il caos. C’è gente», conferma, «che ha dovuto aspettare molte ore. Il problema grosso è che le persone arrivando a getto continuo, ma il personale non c’è, non ci sono medici. Il punto, come ho più volte detto, è che non si trovano proprio. Non si trovano in tutta Italia. In Veneto è stato pubblicato un bando per 500 sanitari e hanno risposto appena in 30. Anche gli infermieri non ce la fanno più, sono stremati. E, non in ultimo, a rendere complicato il tutto, c’è il fatto che anche i posti nei reparti sono diventati molto pochi. Ci troviamo con un imbuto dietro e un assalto davanti. E questo è un problema». A fronte di tale situazione, Albani rivolge un appello ai cittadini a cercare di utilizzare, se è possibile, «canali alternativi». «Chi non ha delle urgenze dovrebbe cercare di rivolgersi ai pronto soccorso periferici, quelli dove l’affluenza è minore, in modo che chi ha realmente bisogno possa avere una risposta più veloce, senza attese».
E l’esasperazione fra i cittadini ieri nelle sale del pronto soccorso era tanta. «Mia madre ottantenne», racconta una signora, «è stata portata in ospedale nella tarda serata di sabato. E adesso, sono quasi le 13 e sta ancora aspettando, in una stanza interna, di completare gli accertamenti. E insieme a lei e nei corridoi ci sono persone in attesa anche da sabato pomeriggio. Il punto è che, come mi dice, non si vedono medici, non si vedono infermieri perché sono alle prese con le emergenze. Si vedono solo gli addetti della cooperativa Diogene e gli operatori socio sanitari. E poi non c’è distanziamento, qualche paziente non indossa neppure la mascherina. Sabato sera soprattutto, da quello che mi è stato riferito, la situazione era drammatica, c’era il caos puro. C’è comunque anche da dire», fa presente, «che il 90% delle persone che sono qui non è da pronto soccorso. E questo deve far riflettere e prendere provvedimenti».
Un altro signore, B.C., arrivato al pronto soccorso ieri mattina attorno alle 8.30, dopo tre ore era ancora in sala d’attesa. «Ho già capito», dice, «che dovrò aspettare molto. Da quello che sto vedendo, non si muove nulla. Hanno realizzato una grande e bella struttura, ma i medici e gli infermieri sono sempre gli stessi e giustamente devono occuparsi innanzitutto delle urgenze. Ecco, io dico, che così come avviene negli ospedali delle regioni del Nord Italia, per ogni codice dovrebbe esserci una fila».
In attesa da oltre due ore un signore anziano su una sedia a rotelle. «Mi hanno fatto sedere qui», dice, «perchè ho giramenti di testa. Io, a differenza degli altri, non sono arrabbiato. Sono rassegnato. Prima di stasera so già che non esco».

