Province, si torna indietro Si voterà come una volta

15 Gennaio 2023

Testa, Paolucci e Febbo favorevoli. Ruolo chiave di Pagano in Commissione

PESCARA. Al voto non solo per Comune e Regione. Potrebbero davvero tornare anche le elezioni provinciali, per permettere ai cittadini di eleggere direttamente presidente e consiglieri. E la controriforma alla legge Delrio vede l’Abruzzo tra i principali protagonisti in Italia.
Sono stati infatti presentati quattro disegni di legge trasversali per far rivivere le Province e ripristinare il sistema di elezione a suffragio universale e diretto. Uno di Forza Italia a prima firma Licia Ronzulli insieme ad altri senatori, tra cui Silvio Berlusconi. Uno di Marco Silvestroni di Fratelli d'Italia. Uno di Massimiliano Romeo della Lega e il quarto di Bruno Astorre del Partito Democratico. Sono tutte proposte depositate che stanno per finire sul tavolo della Commissione Affari costituzionali che, a giorni, inizierà le audizioni e l'esame congiunto dei testi per giungere a una sintesi giusta.
E arriviamo al ruolo determinante che l’Abruzzo si ritrova a gestire. A presiedere la Commissione da cui dipenderà la decisione c’è il deputato pescarese di Forza Italia, Nazario Pagano. La relatrice è la leghista Daisy Pirovano. I quattro disegni di legge non si discostano molto l’uno dall’altro: partono da premesse condivise per approdare a proposte simili. Non è dunque escluso che si possa arrivare presto a un testo bipartisan, sostenuto sia a destra che a sinistra.
LE REAZIONI IN ABRUZZO.
«Le Province vanno ripristinate al più presto per come erano originariamente abbandonando definitivamente la riforma Delrio che ha generato un sistema "patologico" al livello elettorale, con i cittadini che si sono visti togliere il diritto a votare direttamente presidente della Provincia e Consiglio provinciale, e creato estrema confusione di competenze».
Così esordisce Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali. «Depotenziate le Province ci si è presto resi conto che lo svolgimento di alcune funzioni amministrative può essere garantito solo da un ente intermedio che per storia, esperienza, competenza e rapporto con i cittadini dispone di tutte le forze necessarie. Un ente del genere che, secondo me, sarà fondamentale nel prossimo futuro deve avere una adeguata legittimazione: ecco perché, come presidente della I Commissione Affari Costituzionali della Camera», sottolinea il parlamentare abruzzese, «mi occuperò personalmente di favorire una riforma che possa ridare voce a milioni di elettori, recuperare il rapporto fiduciario tra elettore e rappresentante delle Istituzioni, portando all'elezione diretta dei presidenti di Provincia».
Tra gli ex presidenti di province, accogliamo gli interventi del deputato di Fratelli d’Italia Guerino Testa e del capogruppo in Regione di Forza Italia, Mauro Febbo. «Ripristinare l'elezione diretta del presidente e degli organi delle Province, funzioni chiare e provviste finanziarie adeguate», commenta il primo dei due che ricopre il ruolo di segretario della Commissione Finanze della Camera, «sono questi i punti cardine della nuova riforma che dovrà trovare accoglimento in questa legislatura, nell'ottica di restituire alle Province un ruolo di prim'ordine. Da ex presidente della Provincia di Pescara, ho piena contezza della valenza che riveste questo ente territoriale. La legge Delrio del 2014 deve essere assolutamente rivista con l'obiettivo di restituire un rapporto con i cittadini anche a loro tutela».
Ecco il parere di Febbo, già presidente della Provincia di Chieti, anch’egli è favorevole: «La ritengo una cosa molto utile e pertanto condivisa pienamente. Tutto l'assetto amministrativo, giuridico e burocratico italiano è basato era ed è basato sulle Province. Fu un errore nel '70 la istituzione delle Regioni. Durante la compagna dei referendum (quelli di Matteo Renzi, ndr) ho sempre detto che le Regioni andavano chiuse non le Provincie. Per come è stata scritta la nostra Costituzione, per funzioni e deleghe, si deve necessariamente ridare funzionalità e risorse alle stesse».
IL CENTROSINISTRA.
Sul fronte dell’opposizione registriamo anche il sì del capogruppo Pd, Silvio Paolucci: «Sono favorevole alla proposta. Infatti le decisioni di togliere ai cittadini il diritto di scegliere il governo delle province e le successive leggi che le hanno private di risorse necessarie a svolgere le funzioni sulla viabilità e l'edilizia scolastica furono assunte sull'onda della propaganda populistica che raccontava come le province fossero enti inutili, e i relativi costi della politica da ridurre. Queste scelte», afferma Paolucci, «si sono rivelate sbagliate e dannose per i cittadini e le comunità territoriale in particolar modo delle aree più svantaggiate come quelle interne. La riduzione ridicola dei costi si è trasformata in una riduzione dei diritti alla mobilità enorme per le nostre comunità. Inoltre i consiglieri provinciali rappresentavano una figura istituzionale più prossima ai cittadini dei nostri comuni e di conseguenza vi era una più efficace capacità di rappresentare le esigenze della comunità”.
LA STORIA RECENTE.
Nel 2014 la legge Delrio, proposta dall'ex governo Renzi, aveva inferto un colpo mortale agli organi provinciali privati di competenze, strutture, personale e senza che i componenti fossero eletti a suffragio universale.
Oltre venti anni fa, invece, le province avevano un peso notevole perché erano la cerniera fra i Comuni e le Regioni. Le elezioni provinciali richiamavano masse di elettorato a votare un organo che rappresentava un'istituzione vicina, reale e tangibile al proprio territorio. Prima della riforma infatti, ogni cinque anni, i cittadini eleggevano il consiglio provinciale e il presidente della provincia. Di fatto, il sistema elettorale con premio di maggioranza, era assimilabile a quello dei comuni, con un presidente eletto, una maggioranza a sostegno di quest'ultimo in consiglio, una giunta formata da membri della maggioranza e le liste sconfitte all'opposizione e in trincea.
Ma a partire dal 2010 sono cominciati i primi scricchiolii di quel mondo che si vedeva privare sempre di più di risorse economiche, competenze e raggio d’azione. Perché le province venivano viste come strutture da sacrificare con l’obiettivo di risparmiare in termini di spesa pubblica.
IL PASTICCIO.
La vera svolta, certamente in negativo, è arrivata nel 2014, durante il governo Renzi, quando l'allora ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio, ha inferto il colpo di grazia a quegli enti, abolendo le elezioni dirette e tagliando le competenze. Giusto o non giusto che fosse, il problema è che questa condizione sarebbe dovuta essere temporanea.
La riforma Delrio era legata alla legge costituzionale su cui Maria Elena Boschi e Renzi avevano puntato. E se fosse passato il referendum, le province sarebbero state abolite del tutto. Ma nel dicembre 2016 i cittadini si sono detti contrari alle modifiche della Costituzione proposte dall’allora premier Renzi, compresa l'eliminazione delle province. E queste sono rimaste in vita, ma sospese in un limbo e nelle condizioni “misere” in cui le aveva ridotte del Delrio.
Insomma, un’incompiuta per non dire un pasticcio perché quella che sarebbe dovuta essere una legge pro tempore, è diventata permanente.
LA RESIPISCENZA.
Otto anni, da quel 2014, sono bastati per toccare con mano l’indebolimento degli enti provinciali che di fatto è causa di aggravio di lavoro per altri enti, con alti costi e maggiori problemi per i territori, soprattutto i più periferici.
COME FUNZIONANO.
Ogni due anni, sono i consiglieri comunali e i sindaci a eleggere, a loro volta, il consiglio provinciale. E ogni quattro scelgono il presidente della provincia che deve essere necessariamente un sindaco con almeno 18 mesi di mandato sul suo curriculum. Così funziona oggi.
Di fatto alle province sono rimaste tre competenze: scuola, viabilità e parte dell'ambiente. Che sono anche molto onerose. In Italia gestiscono oltre 130mila chilometri di strade e 30mila tra ponti, viadotti e gallerie, principalmente collocati in aree montane, dove spesso non esistono collegamenti alternativi. C'è poi l'edilizia scolastica che ha un forte impatto sulla vivibilità dei comuni. In particolare di quelli interni, soggetti a un progressivo spopolamento proprio per la carenza di servizi.
Tutto questo pone due grandi problemi da risolvere: l'elezione indiretta del presidente e del consiglio provinciale; l'incertezza del quadro finanziario in cui operano. Delle due criticità è forse quella più preoccupante perché di fatto i sindaci che amministrano le province, oggi lo fanno a tempo perso, senza remunerazione e riconoscimenti. Se ne occupano dopo aver affrontato le urgenze a livello comunale. In altre parole, in provincia vi è una classe dirigente delegittimata, depotenziata ma non per questo deresponsabilizzata. I partiti sono d’accordo: è ora di tornare al passato.