«Provolo sapeva della telefonata di D’Angelo»

6 Luglio 2023

L’ex prefetto assolto anche dal depistaggio. L’accusa: dopo il disastro, la chiamata non doveva trapelare

PESCARA. L’assoluzione dell’ex prefetto Francesco Provolo è stata forse la miccia che, in sede di lettura del dispositivo dopo il processo con rito abbreviato dei 30 imputati per il disastro di Rigopiano, scatenò la bagarre in aula, davanti al giudice Gianluca Sarandrea, oggetto di inqualificabili aggressioni verbali. E la procura, nel ricorso in appello, punta il dito contro Provolo. «Con la tardiva convocazione del centro coordinamento soccorsi e della sala operativa si erano oramai determinate le condizioni in ragioni delle quali la strada provinciale 8 tra Rigopiano e Farindola fosse impercorribile già da diverse ore rendendo impossibile a tutti i presenti dell'hotel Rigopiano, allarmati dalle scosse di terremoto, di allontanarsi dallo stesso». E ancora: «Il mancato insediamento del CCs e della sala operativa già dal 16 gennaio ha impedito il necessario scambio di informazioni tra Prefettura e Provincia in merito al guasto della turbina adibita allo sgombero neve del tratto di strada Penne-Rigopiano che doveva far scattare almeno un monitoraggio preventivo o la chiusura del tratto di strada».
«È evidente», proseguono i magistrati, «che la diligente e corretta esecuzione dei compiti di protezione civile della Prefettura avrebbe garantito il necessario raccordo con gli enti di protezione civile preposti alla cura della viabilità e, conseguentemente, l’assunzione di determinazioni decisive in sede di Ccs relative al tipo e al numero di mezzi da reperire per far fronte alle deficienze operative o relative al divieto di percorrenza di quella strada provinciale con conseguente divieto di accesso all’hotel ed evacuazione delle persone ivi eventualmente ancora presenti. Tali determinazioni sarebbero state rese concretamente operative, tempestivamente attuate ed eseguite da una sala operativa anch’essa già perfettamente attiva e funzionante».
Quanto al depistaggio, per il quale tutti i prefettizi sono stati assolti, la procura evidenzia come siano provati una serie di fatti «in merito ai quali non occorre soffermarsi con i presenti motivi d’appello». E cioè la telefonata del cameriere Gabriele D’Angelo in prefettura il 18 gennaio 2017; il dato storico della telefonata in questione; l’acquisizione da parte dei forestali del “registro prime note”; l’assenza «di qualsivoglia riferimento alla telefonata di D’Angelo nella documentazione trasmessa dalla Prefettura alla squadra mobile».
E la procura sottolinea che «la disorganizzazione ed il malfunzionamento della Prefettura nella gestione dell’emergenza è il dato che non deve emergere, deve essere tenuto celato agli investigatori, ed è ben noto al prefetto Provolo». Per questo, secondo i magistrati, la chiamata di D’Angelo non venne evidenziata. «La telefonata proveniente dall’hotel Rigopiano, da parte di una persona poi deceduta poche ore dopo sotto la valanga, è un fatto troppo scomodo perché possa trapelare». E ancora: «È parimenti pacifico che l’attenzione in Prefettura sulla telefonata fu sollevata alcuni giorni dopo, per la necessità di riscontro numerico di cui si dà atto in sentenza (le persone nella struttura ndr). Ma ciò non prova niente altro, se non che Provolo sapeva benissimo della telefonata in quel gennaio 2017 e che né lui né i suoi collaboratori riferirono alcunché a riguardo alla Mobile con la nota del 31 gennaio». (m.cir.)