«Quando Padre Pio mi parlò in guardiese»

4 Settembre 2016

Padre Guglielmo, la folla in Basilica alle 6 e i fedeli in fila per lui

PESCARA. È sempre attivo. Passa le giornate a pregare, scrivere e incontrare gente, a Pescara e fuori, compiendo la missione che gli ha affidato padre Pio, ed è infaticabile. Riceve tutti, a partire dalle prime luci del giorno, dopo la messa delle 6 alla Basilica della Madonna dei Sette dolori, al termine della quale i fedeli si mettono in fila per parlare con lui. Così getta i suoi semi di fede. Ma chi è Padre Guglielmo Alimonti, 87 anni, originario di Guardiagrele ?

Sono un frate dell'ordine francescano, cappuccino. Sono un figlio spirituale di padre Pio perché da quando l'ho incontrato mi sono affidato alla sua guida e alla sua preghiera e compio la missione che mi ha affidato di radunare i fedeli che vogliono pregare nel suo nome e nella sua intercessione. Il punto più importante, quello in cui riverso il mio tempo, la mia missione sacerdotale e la carità sacerdotale, è il ministero delle confessioni, qui o fuori, dove mi chiamano.

È stato contento della cittadinanza onoraria di Pietrelcina?

Io ringrazio. Padre Pio mi chiedeva, quando mi vedeva arrivare: «Tu di dove sei?», e io non dicevo di essere di Guardiagrele perché pensavo che non potesse sapere niente di Guardiagrele. E quindi rispondevo: «Vengo da Pescara». La terza volta che me lo ha chiesto gli ho dato la stessa risposta, e lui ha parlato nel dialetto del mio paese. Mi sono detto: «Altroché se sa dove sta Guardiagrele!». A distanza di anni mi hanno dato la cittadinanza onoraria di Pietrelcina, ma lui non c’era più. Dicevo dentro di me: «Se ora fosse qui, gli direi che sono di Pietrelcina».

Sa di essere un mito?

Il sacerdote non può appartenere al tipo di mito che intende la società perché è un mediatore presso Dio e presso le anime e deve dedicare tutto se stesso, con amore, a un servizio che gli è stato affidato.

In tanti la seguono ogni mattina alla messa delle 6. Come se lo spiega?

È molto semplice: la ragione è il bisogno di Dio, di pace. L'uomo non è composto solo di corpo ma anche di anima, con le relative esigenze. L’anima ha fame di pace, di grazia, di fede, di certezza nel cammino della vita e cerca la fonte da cui attingere queste energie. Quindi il sacerdote diventa il mediatore presso Dio per distribuire e diffondere la luce e la pace. E come il discepolo cerca il maestro, il figlio spirituale cerca la direzione spirituale del padre che lo guida. Lo trovo un fenomeno assolutamente naturale: padre Pio riceveva migliaia di persone al giorno, anche se quello che poteva dare lui non lo posso dare io.

Essere il padre spirituale di tante persone è una grande responsabilità, un grande peso?

Responsabilità morale e spirituale sì, un peso no, perché l'ho scelto io. Ho scelto la missione e sto lì volentieri, al lavoro. E ricordo tutti e tutto ciò che dico a ciascuno dei miei figli spirituali.

Ha accompagnato tante persone, attraverso le loro vite ha registrato i mutamenti della società. Com’è cambiata?

Sotto il profilo etico c’è stato un salto nel vuoto. L’Italia è terra di missione, in tanti mancano i punti certi della morale, dell’onestà, del rispetto, ci sono troppe violenze e troppi inganni. Invece, per la comunione con Dio, occorre una scelta più ragionata e più consapevole. Il ragazzo che va a messa tutti i giorni e vuole un padre spirituale ha una consapevolezza più larga, più chiara dell’aiuto che cerca. Prima erano cattolici i figli dei cattolici. Il rischio nasce quando si abbandona e non si trova alternativa. Se salti dalla barca stando in acqua, devi andare su un’altra barca, altrimenti affondi.

E come si risale sulla barca?

Per fortuna il Signore arriva dove non arriviamo noi. Lo diceva padre Pio che non si perdeva mai di fiducia anche quando i figli abbandonavano e usava pazienza e misericordia. Non ha mai mandato via una persona che si era allontanata da Dio. Anzi, talvolta piangeva e diceva che se il Signore non lo avesse tenuto con sé con pazienza e misericordia, forse sarebbe stato uno di loro e peggiore di loro.

Ci sono momenti di grande dolore, personale o collettivo, come per il terremoto. Dov'è Dio in quei momenti?

Ascoltando le cronache di questi giorni ho sentito un prete, don Fabio, dire che Gesù era sotto le macerie, con le nostre vittime. Ha chiesto ai vigili del fuoco di andare nella chiesa diroccata, fino al tabernacolo, e lì è stata trovata la pisside (per conservare le ostie), rimasta intatta, con le particole consacrate dentro. La fede ci dice che in quelle particole consacrate c’è Gesù: lui è sotto le macerie come noi. Il Signore non fa un miracolo per liberare se stesso, semmai lo fa per salvare qualche vittima.

Dio può impedire una disgrazia, un cataclisma?

Certo che può. Ho chiesto una volta a padre Pio il perché di tante disgrazie e mi ha risposto: «Perché la gente non prega». Ci vorrebbe più preghiera e non violenza e peccati. Mi è piaciuta la testimonianza del papà di Giorgia, salvata dalle macerie. Nonostante la figlia più grande fosse morta, ha detto: «Sono contento che Giorgia sia viva, e voglio ringraziare chi mi ha aiutato da lassù».

La famiglia non è più solo quella tradizionale, la Chiesa accetta queste diversità?

La Chiesa è madre e opera con la buona parola, con premura, tenerezza, pazienza e misericordia e chiunque ritorni viene accolto nella Chiesa, che non si stanca di perdonare e di amare. Ci vuole coerenza. Ad una Santa che chiedeva alla Madonna di essere madre di misericordia, la Madonna rispose: «Volentieri madre di misericordia, ma voi mi fate essere madre di miseria».

Le “nuove” unioni sono comunque delle espressioni di amore, quindi andrebbero accettate da tutti?

Si deve definire il concetto di amore. Non è solo un legame che ti avvicina a un’altra persona, di qualunque sesso, età e fede, ma è la ragione dell’esistenza e della vita. Lo scopo deve essere quello di donarsi e di donare. Nella realizzazione dell’amore c’è anche la fecondità e nei matrimoni gay questo non è possibile. Quando due persone si amano veramente desiderano senz’altro dare vita a una famiglia e procreare. Se togliamo questo concetto distruggiamo prima la famiglia e poi la società.

Che pensa di papa Francesco che arriva dritto al cuore?

È un Papa che parla con il cuore. Un amico argentino del Papa, dopo la sua elezione, rispose a chi gli chiese cosa dovesse cambiare il Papa: «Spero che non cambi, che rimanga quello che è perché ha tutto dentro di sé per fare il Papa». Suscita simpatia perché si capisce che è un uomo che dice la verità.

Può servire a cambiare la Chiesa, come istituzione?

La Chiesa non ha bisogno di essere cambiata ma di essere illuminata e sollecitata.

Qual è un passo del Vangelo che sente più suo?

Quando ero piccolo mi piaceva vedere il bambino nel presepio. Anche oggi quella immagine mi fa pensare all’umiltà del Verbo di Dio, che si riveste della nostra carne umana, si accolla tutti i nostri peccati e le nostre sofferenze. In più mi colpisce Gesù in croce e la Madonna ai suoi piedi. Lì Gesù si fa samaritano di tutta l'umanità e si carica dei debiti degli uomini e li paga con il suo sangue. Questo pensiero mi ritorna celebrando la messa e vivo questo mistero perché quel pane e quel vino sono la presenza reale di Gesù morto in croce.

La pace che si respira in chiesa rischia di perdersi fuori, a contatto con la società.

La pace vera è come una quercia: può venire anche un temporale, ma la quercia non cade. Il cristiano si deve incontrare e mai scontrare con culture e religioni diverse, deve far emergere la verità. Tanti pagani hanno accettato il Vangelo, hanno creduto e sono morti martiri per questa fede. C'è ancora chi viene ucciso perché crede in Gesù Cristo. La fede non è una debolezza, è una forza. E io ripeto questa professione di fede come il primo giorno in cui ho capito l'importanza e la bellezza della fede.

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