Quattro prove contro Gagliardi Il pm chiede il giudizio immediato

L’agguato di Montesilvano: la procura vuole subito il processo per il dipendente delle Poste accusato di aver sparato al rivale in amore Pavone, in carcere da quasi cinque mesi
PESCARA. Il movente passionale, l’assenza di un alibi, le tracce di polvere da sparo sui vestiti e le continue ricerche di armi su internet: sono queste le prove che l’accusa considera “evidenti” confluite nella richiesta di giudizio immediato che il pm Anna Rita Mantini ha chiesto per Vincenzo Gagliardi, l’uomo accusato di aver sparato all’ingegnere Carlo Pavone a Montesilvano. Gagliardi, 49 anni, originario di Chieti e dipendente delle Poste in via Volta a Pescara, si trova in carcere dal 29 maggio, giorno in cui è stato arrestato dai carabinieri del Nucleo investigativo alla guida di Eugenio Stangarone. Da quel giorno Gagliardi non ha mai lasciato il carcere mentre il “rivale” Pavone, l’uomo a cui per l’accusa avrebbe sparato per stare insieme alla moglie Raffaella D’Este – estranea all’inchiesta – non è mai migliorato: Pavone, dal 30 ottobre 2013, è in coma dopo essere stato raggiunto da un colpo di arma alla testa. L’ingegnere, papà di due figli, ha cambiato varie cliniche per fare ritorno negli ultimi tempi nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Pescara ma restando sempre nello stesso stato vegetativo. Per la procura sarebbe stato Gagliardi a sparare all’ingegnere di 42 anni e il pm Mantini ha deciso di imprimere un’accelerazione all’inchiesta, chiedendo di superare l’udienza preliminare per andare direttamente al processo di fronte al tribunale. La richiesta di giudizio immediato dovrà essere accolta dal gip che, a sua volta, dovrà fissare la data del processo.
Restano ancora in sospeso, invece, i risultati del Ris sui fucili sequestrati al papà di Gagliardi e a un vicino di casa dell’uomo ma nonostante i risultati non siano ancora arrivati sembrerebbe che difficilmente ci sia un compatibilità tra la polvere da sparo e le armi così da far allontanare l’ipotesi di trovare l’arma che ha sparato. Ma per la procura i risultati raccolti durante le indagini sono sufficienti a portare a processo subito Gagliardi, l’uomo che sia durante gli interrogatori e sia nella sua lunga permanenza in carcere non ha mai ceduto professandosi anzi innocente. E invece l’accusa è ripartita dall’ordinanza di custodia cautelare in cui, intanto, veniva indicato il «movente»: la relazione tra Gagliardi e D’Este andata avanti, come ricostruì il gip, anche dopo l’agguato in via De Gasperi. Ma tra gli elementi c’è anche la polvere da sparo trovata sugli indumenti dell’uomo e recuperata e consegnata ai carabinieri dalla moglie di Gagliardi. Quindi, alla base della richiesta di giudizio immediato, ci sono anche le ripetute visite su Google da parte di Gagliardi sui fucili. Inoltre, sempre secondo l’accusa, l’uomo non avrebbe fornito un alibi credibile. Sarà il gip ad accogliere o meno la richiesta del rito speciale e a fissare la l’udienza.
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